C’è una Nocera che risorge e vince

4nocerinaC’è una Nocera che risorge e vince. C’è una Nocera che fa sognare i tifosi e rende orgogliosi i suoi cittadini. C’è una Nocera che, mostrando coraggio e determinazione, sovverte il pronostico che la voleva seconda ed inesorabile arriva prima, perché questa Nocera non può mai essere seconda.

Ci sono i Molossi che da più di cento anni inseguono la vittoria fino all’ ultimo istante, su un polveroso campetto di Eccellenza come sotto i riflettori delle tv nazionali in serie B, contro il San Tommaso come contro la Juventus.

È la Nocera del calcio che è già proiettata nel futuro, verso traguardi sempre più importanti, avendo alle spalle una solida storia. E non è certo un caso che la Nocera vincente sia già la Nocera unita, la Città di Nocera, né inferiore né superiore, ma #SoloNocera.

Una vittoria che resterà nella storia

Ibikila abebel 10 settembre del 1960, a Roma, durante le Olimpiadi, un poliziotto etiope di nome Abebe Bikila fa la storia. Corre la maratona in 2.15’16” vincendo la medaglia d’oro. La cosa che sconvolge il mondo è che bikila lo fa correndo a piedi nudi. Questo è quello che dichiarerà dopo la gara: “Volevo che il mondo sapesse che il mio paese, l’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo” (“I wanted the world to know that my country Ethiopia has always won with determination and heroism“). Un uomo che corre a piedi nudi, l’ultimo fra gli ultimi, e lo fa per il suo popolo. Questa è stata l’impresa epica di un grandissimo uomo.

Una vittoria che resterà nella storia. E che alla storia è legata, avvenendo proprio nell’anno centrale della decolonizzazione dell’Africa, nonchè a 25 anni dalla guerra coloniale mossa dal regime fascista contro quell’Etiopia per cui Abebe Bikila corre e vince.

La Gara
Un uomo magro e scalzo corre verso l’Arco di Costantino, traguardo della Maratona. È l’etiope Abebe Bikila, il primo atleta africano a vincere una medaglia d’oro olimpica. I 42 massacranti chilometri della Maratona sono il simbolo dei giochi olimpici. Alla gara, che in quest’edizione ha comme sfondo i secolari monumenti di Roma, partecipano 69 atleti provenienti da 35 paesi diversi. Il favorito è il sovietico Sergej Popov, che agli Europei di atletica del 1958 ha stabilito il tempo record di 2 h, 15’ e 17’’. Tra i partecipanti c’è uno sconosciuto etiope che indossa il pettorale numero 11, Abebe Bikila. Bikila ha 28 anni, ma solo da 4 gareggia nelle competizioni di atletica. Quella di Roma è la terza Maratona di tutta la sua carriera.
Alla partenza della gara si presenta a piedi nudi: le scarpe consegnategli per la corsa gli creano dei problemi e l’etiope decide di correre scalzo.

La gara ha inizio alle 17.30 da Piazza del Campidoglio. Dopo una decina di chilometri il gruppo dei corridori si allunga per il ritmo imposto da quattro battistrada: il belga Van den Driessche, il britannico Arthur Keily, il marocchino Rhadi Ben Abdesselem e Bikila. Poco prima della metà della corsa, Bikila e Rhadi staccano gli avversari e cominciano un duello che si protrae per il resto della gara. Al km 25, i due sono saldamente in testa, seguiti dal sovietico Popov e dal neozelandese Magee, distanziati di 1’24”.
Il marocchino prova più volte a liberarsi del rivale etiope. Ma Bikila non cede e gli risponde correndo su quei piedi scalzi che volano leggeri sulla Via Appia antica. Dal km 30 è Bikila a fare l’andatura. Il sole volge al tramonto e il ritardo degli inseguitori sale fino a 2’ e 20’’. A pochi chilometri dall’arrivo, Rhadi tenta un allungo. Bikila però lo stacca e si invola verso l’Arco di Costantino.

Ormai è irraggiungibile. Arriva al traguardo fermando il cronometro a 2h 15’16” e 2 decimi, 8 decimi di secondo sotto il primato di Popov. Dopo la vittoria i giornalisti interrogano Bikila sulla sua scelta di correre a piedi nudi. Lui risponde: “Ho voluto che il mondo sapesse che la gente del mio paese, l’Etiopia, ha vinto sempre con determinazione ed eroismo”. La vittoria di un corridore a piedi nudi proveniente da un povero paese africano si imprime nell’immaginario collettivo. L’oro scalzo di Bikila diventa il simbolo della volontà incrollabile in grado di superare ogni ostacolo. (Credits – OVO)

L’uomo bianco in quella foto

o-TOMMIE-SMITH-570Prendete questa immagine, per esempio. Racconta il gesto di ribellione di Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico e mi ha ingannato un sacco di volte.

L’ho sempre guardata concentrandomi sui due uomini neri scalzi, con il capo chino e il pugno guantato di nero verso il cielo, mentre suona l’inno americano. Un gesto simbolico fortissimo, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy.

È la foto del gesto storico di due uomini di colore. Per questo non ho mai osservato troppo quell’uomo, bianco come me, immobile sul secondo gradino.

L’ho considerato una presenza casuale, una comparsa, una specie di intruso. Anzi, ho perfino creduto che quel tizio – doveva essere un inglese smorfioso – rappresentasse, nella sua glaciale immobilità, la volontà di resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocavano con il loro grido silenzioso. Invece sono stato ingannato. Grazie a un vecchio articolo di Gianni Mura, oggi ho scoperto la verità: l’uomo bianco nella foto è, forse, l’eroe più grande emerso da quella notte del 1968.

Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo.

CRnorman1La vittoria si sarebbe decisa tra loro due, Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. John Carlos, anni dopo, disse di essersi chiesto da dove fosse uscito quel piccoletto bianco. Un uomo di un metro settantotto che correva veloce come lui e Smith, che superavano entrambi il metro e novanta.

Arrivò la finale e l’outsider Peter Norman fece la gara della vita, migliorandosi ancora. Chiuse in 20.06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano ancora oggi imbattuto, a 47 anni di distanza.

Ma quel record non bastò, perché Tommie Smith era davvero “The jet” e rispose con il record del mondo. Abbatté il muro dei venti secondi, primo uomo della storia, chiudendo in 19.82 e prendendosi l’oro. John Carlos arrivò terzo di un soffio, dietro la sorpresa Norman, unico bianco in mezzo ai fuoriclasse di colore. Fu una gara bellissima, insomma.

Eppure quella gara non sarà mai ricordata quanto la sua premiazione. Non passò molto dalla fine della corsa perché si capisse che sarebbe successo qualcosa di forte, di inaudito, al momento di salire sul podio. Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti.

Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane. Anche in Australia c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e leggi discriminatorie verso gli aborigeni, tra cui le tremende adozioni forzate di bambini nativi a vantaggio di famiglie di bianchi.

I due americani chiesero a Norman se lui credesse nei diritti umani. Norman rispose di sì. Gli chiesero se credeva in Dio e lui, che aveva un passato nell’esercito della salvezza, rispose ancora sì. “Sapevamo che andavamo a fare qualcosa ben al di là di qualsiasi competizione sportiva e lui disse “sarò con voi” – ricorda John Carlos – Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore”.

Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.

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Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, a rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo delle lotte delle Pantere Nere.

Ma prima di andare sul podio si resero conto di avere un solo paio di guanti neri. “Prendetene uno a testa” suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio. Ma poi Norman fece qualcos’altro.

“Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?“ chiese indicando lo stemma del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. “Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”.

Smith ammise di essere rimasto stupito e aver pensato: “Ma che vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”.

Così gli rispose di no, anche perché non si sarebbe privato del suo stemma. Ma con loro c’era un canottiere americano bianco, Paul Hoffman, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Aveva ascoltato tutto e pensò che “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!”. Hoffman non esitò: “Gli diedi l’unico che avevo: il mio”.

I tre uscirono sul campo e salirono sul podio:  il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto.  “Non ho visto cosa succedeva dietro di me – raccontò Norman – Ma ho capito che stava andando come avevano programmato quando una voce nella folla iniziò a cantare l’inno Americano, ma poi smise. Lo stadio divenne silenzioso”.

Il capo delegazione americano giurò che i suoi atleti avrebbero pagato per tutta la vita quel gesto che non c’entrava nulla con lo sport. Immediatamente Smith e Carlos furono esclusi dal team americano e cacciati dal villaggio olimpico, mentre il canottiere Hoffman veniva accusato pure lui di cospirazione.

Tornati a casa i due velocisti ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte. Ma il tempo, alla fine, ha dato loro ragione e sono diventati paladini della lotta per i diritti umani. Sono stati riabilitati, collaborando con il team americano di atletica e per loro è stata eretta una statua all’Università di San José.

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In questa statua non c’è Peter Norman. Quel posto vuoto sembra l’epitaffio di un eroe di cui nessuno si è mai accorto. Un atleta dimenticato, anzi, cancellato, prima di tutto dal suo paese, l’Australia.

Quattro anni dopo Messico 1968, in occasione delle Olimpiadi di Monaco, Norman non fu convocato nella squadra di velocisti australiani,  pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100.

Per questa delusione, lasciò l’atletica agonistica, continuando a correre a livello amatoriale.

In patria, nell’Australia bianca che voleva resistere al cambiamento, fu trattato come un reietto, la famiglia screditata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo.

Come disse John Carlos “Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo”. Per anni Norman ebbe una sola possibilità di salvarsi: fu invitato a condannare il gesto dei suoi colleghi Tommie Smith e John Carlos, in cambio di un perdono da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di trovare un lavoro fisso tramite il comitato olimpico australiano ed essere parte dell’organizzazione delle Olimpiadi di Sidney 2000.

Ma lui non mollò e non condannò mai la scelta dei due americani. Era il più grande sprinter australiano mai vissuto e detentore del record sui 200, eppure non ebbe neppure un invito alle Olimpiadi di Sidney. Fu il comitato olimpico americano, una volta scoperta la notizia a chiedergli di aggregarsi al proprio gruppo e a invitarlo alla festa di compleanno del campione Michael Johnson per cui Peter Norman era un modello e un eroe.

tommie-smith-john-carlosNorman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato. Al funerale Tommie Smith e John Carlos,  amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe.

 “Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare” disse John Carlos.

article-1337174358062-013afec700001005-897058_466x310“Ha pagato il prezzo della sua scelta – spiegò Tommie Smith – Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa”.

Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia con queste parole:

“Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano.

Riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare il simbolo  del Progetto Olimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, che fecero il saluto del “potere nero”.

Si scusa tardivamente con Peter Norman per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che Peter Norman giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale”.

TommieSmith-JohnCarlos-PeterNormanMa, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt.

“Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco.

Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo. È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance. Invece è il contrario. Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

di Riccardo Gazzaniga

Quale futuro per il Palazzetto dello Sport ?

Quella che si profila a Nocera, in merito alla gestione del Palazzetto dello Sport, partorito dopo una infinita gestazione, è una domanda di non facile soluzione: quale futuro?

palasport noceraIl punto, infatti, su cui discutere non dovrebbe essere sul/sui soggetti o, come si è già fatto in passato, sulle ipotesi che offrono maggiore convenienza per le casse comunali, ma sulle potenzialità che questo contenitore offre alla comunità nocerina. Un contenitore da riempire con qualcosa in più delle sole attività sportive. Abbiamo visto come, negli anni, molti tentativi di gestione degli spazi sportivi nocerini sono naufragati, appassendo col crescere delle difficoltà per due motivi ricorrenti: l’assenza di una pianificazione gestionale e di un progetto lungimirante.

Il silenzio assordante che ha accompagnato i giorni successivi all’inaugurazione è sintomatico dei problemi di cui sopra; da qualche giorno sembra stia ripartendo il dibattito, purtroppo solo sui social e sui quotidiani.

A cosa serve un contenitore se non hai i contenuti da inserirci?
A Nocera esistono una pluralità di associazioni sportive e culturali, molte delle quali senza sede o spazi per realizzare a pieno le proprie ambizioni e potenzialità, e questi sono naturali contenuti da inserire nel Palazzetto dello Sport come luogo in cui possono vivere queste realtà o meglio permettere a queste di far vivere il Palazzetto.

Rimarrebbe però il modo in cui queste realtà vengono inserite, qual è la natura del loro rapporto. Immaginiamo diverse entità unite per co-gestire questo luogo con la creazione di un Consorzio di associazioni, sportive e culturali in modo da poter non solo usufruire dello spazio delle loro attività ma anche di fornire servizi per la cittadinanza come corsi o attività di genere.

Il Palazzetto non deve e non può essere solo un luogo dove “si giocano delle partite” ma anche un luogo dove promuovere il territorio sia a livello turistico che culturale (immaginiamo conferenze, spettacoli, mostre ecc.).

palazzetto-sport-noceraNon dimentichiamo, ovvio, la parte sportiva, portare i colori della nostra città nel panorama sportivo e culturale nazionale. Ma, ecco, siamo sfociati oltre la semplice gestione, nel “cosa ne vogliamo fare”, nell’idea-progetto. È un passaggio inevitabile se non vogliamo veder fallire l’ennesimo consorzio di gestione. Perché il Palazzetto pone un problema economico non di poco conto, non è una struttura smart anzi è molto pesante da questo punto di vista, per cui affrontare la discussione in maniera orizzontale è quanto di più negativo si possa fare. Un progetto quindi che lavori su più piani, prevedendo la possibilità per le associazioni di un luogo per le loro attività sportive dilettantesche/pro, ma che sia anche in grado di offrire momenti di aggregazione anche ad amatori che voglio affacciarsi a sport solitamente poco praticati in città. Ancora, momenti di aggregazione culturale tramite eventi di interesse generale che possono variare dai concerti alle mostre. Ancora, momenti di aggregazione associativa dando una casa alle molteplici associazioni senza sede che possono vedere in quel luogo non solo una casa ma anche uno spazio/incubatore per crescere di quantità e qualità. E sono solo banali esempi ma che rendono l’idea di ciò che il Comune ha in mano.

Non è semplice, assolutamente, ma l’occasione è troppo ghiotta per banalizzarla in un “in mano a chi lo diamo”. Da qui la proposta di un tavolo di concertazione al quale invitare tutte le associazioni sportive e culturali delle due Nocera, per costruire insieme il futuro del Palazzetto dello Sport.

Alfonso Boffardi