Nocera 2020

VNV21_004Lucia è una studentessa universitaria e per guadagnare qualcosina fa la baby sitter “sociale”. Il Comune le ha indicato la famiglia meno abbiente che ha bisogno di una mano.

Peppe è un commercialista. L’Amministratore di un condominio lo ha contattato perché un condomino necessità di chiarimenti sul 730.

Ilaria è un’oculista: ha deciso di mettere del tempo a disposizione della comunità: sta controllando gli occhi di Mario il pensionato che accompagna il figlio a scuola la mattina, quando lei è fuori città perché lavora all’ospedale di Sapri. Anche Mario ha messo a disposizione un po’ del suo tempo per la collettività e lo scambia con quello di Ilaria. (altro…)

Ciao Pier Paolo

Pier Paolo PasoliniUn faro per una generazione, avanti cinquant’anni rispetto ai contemporanei e per questo osteggiato.

Il consumismo, gli stereotipi, l’uniformità culturale, il disprezzo per la codarda borghesia italiana, i tratti tipici e caratteristici di un proletariato ormai estinto del tutto.

Tutto previsto e codificato dettagliatamente nei suoi sferzanti articoli. Un vate. Una Cassandra, ma mai sibillino.

Il destino di chi cammina troppo avanti, è quello di essere colpito alle spalle.

Quanto avremmo bisogno di te, oggi più che mai.

Le quattro giornate di Napoli

4giorLe Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) furono un episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale tramite il quale, i civili, con l’apporto di militari fedeli al cosiddetto Regno del Sud, riuscirono a liberare la città di Napoli dall’occupazione delle forze armate tedesche.

L’avvenimento, che valse alla città il conferimento della medaglia d’oro al valor militare, consentì alle forze Alleate di trovare al loro arrivo, il 1º ottobre 1943, una città già libera dall’occupazione nazista, grazie al coraggio e all’eroismo dei suoi abitanti ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere, e con successo, contro l’occupazione nazista.

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Camorra e società

È cronaca di queste ore l’ennesimo atto di violenza che ha insanguinato le strade del nostro capoluogo: un poliziotto lotta tra la vita e la morte per essersi opposto a due estorsori in pieno centro cittadino.

camorra #cambiamentiÈ venuto il momento di aprire una riflessione onesta sul rapporto tra la camorra e la nostra società. La lotta alla criminalità organizzata, soprattutto alla più violenta, non è questione esclusivamente di ordine pubblico che può essere lasciata all’azione delle forze di polizia, della magistratura o delle istituzioni politiche ed amministrative. Il successo in questa lotta,allo stato impari, dipende moltissimo dalla coscienza civile del nostro popolo, dalla nostra capacità di reazione. E su questo fronte siamo assolutamente inerti, e l’inerzia diventa involontaria complicità. Addirittura, anche in settori culturalmente più avanzati e progressisti della nostra Regione, si tende ad ignorare il fenomeno quasi che la camorra fosse un’invenzione di Roberto Saviano o di qualche giornalista in cerca di notorietà.

Sono nati movimenti meridionalisti pronti a rivendicare i torti subiti dai Savoia, da Garibaldi e da altri “eroi gloriosi” ma assolutamente silenti sulla prepotenza dei camorristi (tanto che viene il dubbio che pure la camorra ce l’abbiano portata i piemontesi).

Le nostre terre pagano la mancanza di un movimento di opinione forte e stabile che si opponga alla criminalità; un movimento di opinione simile a quello sorto in Sicilia durante il periodo più violento del giogo mafioso, alla cui testa si schierarono intellettuali, preti e anche politici di buona volontà ma la cui sostanza era fatto sopratutto di cittadini,studenti,lavoratori che gridarono nelle strade il loro convinto NO alla Mafia.

Se a Napoli e nell’intera nostra Regione non nasce e si sviluppa questa nuova Resitenza, i camorristi penseranno sempre di poter fare quello che vogliono ed addirittura si sentiranno legittimati a farlo.

Riflettere sulle responsabilità intellettuali di noi tutti è il primo deciso passo da compiere per affermare legalità e giustizia nei nostri territori. E bisogna farlo subito. Se non ora, quando?

L’insurrezione di Matera

«Matera prima città del Mezzogiorno insorta in armi contro il nazifascismo» – Carlo Levi, Tre ore di Matera

L’insurrezione della città di Matera avvenuta il 21 settembre 1943, in cui persero la vita 26 persone di cui 18 civili. Matera fu la prima città del Mezzogiorno a insorgere contro il nazifascismo.

insurrezione materaSubito dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943, i fascisti abbandonarono il Palazzo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale che fu temporaneamente occupato dai soldati tedeschi appartenenti al Primo Battaglione della Prima Divisione Paracadutisti e capeggiati dal maggiore Wolf Werner Graf von der Schulenburg, che in un rapporto redatto dal capitano inglese R.L. Stayer per conto del War Crime Group di Padova, verrà inserito in un elenco di nazisti da “rintracciare e catturare” in quanto responsabile della strage di Matera e dell’eccidio di Pietransieri, un’altra strage compiuta dall’esercito tedesco il 21 novembre 1943 nel comune di Roccaraso. Durante gli ultimi giorni di permanenza dei tedeschi in città, la popolazione materana divenne sempre più esasperata dai saccheggi e dai soprusi compiuti dagli invasori che si preparavano alla ritirata.

Con il passare dei giorni la situazione si fece sempre più tesa e cominciarono i rastrellamenti e gli arresti di civili e militari rinchiusi dai tedeschi nel Palazzo della Milizia, tra cui Natale Farina e Pietro Tataranni, due soldati materani di ritorno dal fronte arrestati nel primo pomeriggio del 21 settembre.

La scintilla che fece precipitare una situazione di già grave tensione avvenne subito dopo, quando ci fu un conflitto a fuoco tra due militari italiani e due soldati tedeschi che stavano rapinando una gioielleria, in cui ebbero la peggio questi ultimi due. I testimoni dell’episodio, sapendo di rischiare una dura rappresaglia, cercarono di nascondere i due cadaveri ma non servì perché i nazisti insospettiti da strani movimenti si accorsero di quanto accaduto. Subito dopo un militare austriaco che si trovava in una sala da barba fu accoltellato da un altro cittadino materano, Emanuele Manicone, che appena compiuto il gesto corse per le strade per chiamare a raccolta i suoi concittadini affinché corressero alle armi.

Seguirono oltre tre ore di violenta guerriglia; il sottotenente Francesco Paolo Nitti per proteggere la cittadinanza decise di armare sia i militari che i civili dislocandoli in varie zone strategiche della città, tra cui la Prefettura; ne seguirono diversi conflitti a fuoco in cui persero la vita i civili Eustachio Guida, Francesco Paolo Loperfido ed Eustachio Paradiso, oltre ad Antonio Lamacchia, un pastore ucciso già la mattina del 21 nelle campagne a sud della città. Dal campanile della chiesetta della Mater Domini un cittadino materano, Nicola Di Cuia, fece fuoco sui nemici impedendo loro di avvicinarsi alla Prefettura, e numerosi furono i casi di cittadini intervenuti spontaneamente contro il nemico. Nei pressi della caserma della Guardia di Finanza vi furono altri lunghi momenti di guerriglia, con i finanzieri accorsi in aiuto dei cittadini materani; rimasero uccisi il finanziere Vincenzo Rutigliano (insignito della medaglia di bronzo al Valore Militare e a cui è dedicata l’attuale Caserma cittadina della Guardia di Finanza), il civile Emanuele Manicone, che nel frattempo era stato incaricato dai finanzieri di guardia al magazzino centrale di chiamare i rinforzi presso il Comando, ed il dottor Raffaele Beneventi, farmacista, che si trovava dietro la finestra della sua abitazione posta nei pressi della caserma della Guardia di Finanza e fu colpito dalle raffiche di mitragliatrice dei tedeschi.

Gli invasori assediarono anche il palazzo dell’elettricità per lasciare la città al buio e nelle operazioni di occupazione uccisero i civili Raoul Papini, Pasquale Zigarelli, Michele e Salvatore Frangione e ferirono Mirko Cairola.

Tuttavia il peggio doveva ancora accadere, infatti immediatamente prima di abbandonare la città i nazisti fecero saltare in aria il Palazzo della Milizia, ormai divenuto una prigione, con al suo interno sedici persone tra civili e militari.

L’insurrezione del popolo materano impedì ai tedeschi in ritirata di radere al suolo molti palazzi della città, ed evitò inoltre il bombardamento sulla città da parte degli alleati, che giunsero a Matera provenienti da sud immediatamente dopo quella tragica giornata.

In virtù dei sacrifici della popolazione, la città di Matera è stata insignita della Medaglia d’argento al Valor Militare. Tale onorificenza venne conferita il 21 settembre 1966 dal Ministro della Difesa Roberto Tremelloni e consegnata tre anni dopo dal suo successore Luigi Gui, il quale decorò della medaglia il gonfalone della città e scoprì una lapide con l’iscrizione: « Matera prima città del Mezzogiorno insorta in armi contro il nazifascismo addita l’epico sacrificio del 21 settembre 1943 alle generazioni presenti e future perché ricordino e sappiano con pari dignità e fermezza difendere la libertà e la dignità della coscienza contro tutte le prevaricazioni e le offese. »

Medaglia d’argento al Valor Militare – nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d’argento al Valor Militare
«Indignati dai molteplici soprusi perpetrati dal nemico, gruppi di cittadini insorsero contro l’oppressore e combatterono con accanimento, pur con poche armi e munizioni, per più ore, senza smarrimenti e noncuranti delle perdite. Sorretti da ardente amor di Patria, con coraggio ed ardimento, costrinsero l’avversario, con aiuto di elementi militari, ad abbandonare la Città prima dell’arrivo delle truppe alleate. Città di Matera, 21 settembre 1943.»

Di Serio Presidente, Maisto e Guerritore vice

Ieri sera, 18 settembre, si é svolta la prima assemblea di #CambiaMenti dopo la pausa estiva. All’ordine del giorno c’era la nomina dei vertici dell’associazione e l’organizzazione dell’attività per le future iniziative da portare avanti in città. Per acclamazione è stato designato Presidente Giancarlo Di Serio che, nel lavoro, sará affiancato da due vice: Renato Guerritore e Nicola Maisto.

diserio2Nelle sue prime dichiarazioni, il Presidente ha tracciato le linee guida della sua attività:
“Ringrazio le amiche e gli amici di #CambiaMenti per la stima e l’affetto che mi hanno dimostrato nominadomi presidente dell’Associazione.

Saluto innanzitutto Vincenzo Stile che mi ha preceduto in questo ruolo; il suo operato prezioso soprattutto per avviare la vita associativa è uno sprone a continuare con entusiasmo il percorso intrapreso un anno fa.

Interpreto la scelta del mio nome come la volontà degli associati a #CambiaMenti di compiere un ulteriore passo del nostro cammino comune. 

Nata all’interno del Partito Democratico di Nocera Inferiore e protagonista dell’ultimo congresso cittadino, #CambiaMenti si propone ora come luogo di discussione politica aperto a tutta la città. Pur mantendendo salde le sue radici nell’area politica di centrosinistra, il suo obbiettivo sarà ancora di più quello di coinvolgere tutte quelle intelligenze che hanno voglia di discutere della città e del comprensorio, rappresentando soluzioni su singole problematiche, senza dover necessariamente “indossare” una casacca politica. La vita di partito sarà discussa all’interno del partito dagli organi a ciò deputati; l’associazione avrà necessariamente un ruolo diverso, più inclusivo rispetto a persone o gruppi che negli ultimi tempi hanno maturato una disaffezione per la politica. 

#CambiaMenti invita fin d’ora tutti coloro che vogliono dare una mano a rilanciare il nostro territorio a mettersi in contatto coi suoi associati personalmente o attraverso le sue pagine sui social network, assicurando la massima apertura a tutte quelle idee e proposte coerenti con gli scopi dell’Associazione, convinti come siamo che la crescita di un territorio è direttamente proporzionale al grado di partecipazione alla cosa pubblica dei suoi abitanti”.

Il prete che fece tremare la mafia

« Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto » (Papa Francesco ricorda Pino Puglisi il 26 maggio 2013)

 


 

pino puglisi«Era uno che non si era incanalato, che faceva di testa sua». «Predicava, predicava, prendeva ragazzini e li toglieva dalla strada… Martellava e rompeva le scatole».
Queste parole di Gaspare Spatuzza e di Giovanni Drago, mafiosi divenuti collaboratori di giustizia, basterebbero a spiegare, nella loro rozza schiettezza, perché don Pino Puglisi è stato ucciso.
Ma sono molto lontane dal dire chi davvero fosse don Pino Puglisi, da cosa nasce quel “rompere le scatole” che lo avrebbe esposto alla vendetta del crimine mafioso.

È quello che cerca di fare questo libro di Francesco Deliziosi. Libro bello e importante perché, con mirabile sintesi, riesce a fondere il “soggettivo” e l'”oggettivo”. Deliziosi scrive infatti sia in base alla conoscenza diretta – è stato amico e allievo di Puglisi – sia in base a una profonda, rigorosa documentazione (ha fatto parte, tra l’altro, della commissione preposta a raccogliere il materiale per avviare il processo di beatificazione di Puglisi).

Chi era dunque don Puglisi?
Del ritratto di Deliziosi mi hanno colpito alcuni aspetti e di questi vorrei parlare. Con un’avvertenza, però. Isolare questi aspetti senza coglierne la profonda continuità sarebbe un grave errore di prospettiva. Come tutte le persone restie a fare della propria coscienza un luogo di eterna mediazione e contrattazione, Puglisi imprimeva a tutto ciò che faceva il senso della ricerca e del bisogno di verità. Se era un “rompiscatole”, era perché le scatole le rompeva innanzitutto a se stesso, perché non si accontentava di “fare”, ma voleva fare bene, con rigore, coerenza e serietà.
Il primo aspetto che salta agli occhi è quello dell’educatore. Don Puglisi aveva – lo dicono in tanti – un talento raro nell’educare. Il che significa che il suo insegnamento era fondato sull’ascolto e sul comportamento, più che sulle parole. Non gli interessava tanto trasmettere nozioni, quanto che le persone diventassero capaci di scegliere con coscienza e responsabilità. Ossia che fossero libere. In questo senso, educare per lui era davvero accompagnare ciascuno a scoprire la propria diversità, con pazienza e delicatezza, senza pressioni né condizionamenti, stimolando quel confronto con le grandi domande della vita senza il quale la nostra libertà è ridotta a capriccio, arbitrio, semplice sfogo di impulsi.

Che tutto ciò portasse a esiti diversi dall’abbracciare la fede, non era affatto per don Puglisi segno di sconfitta. Per lui contava che le persone imparassero lo stupore e la conoscenza, capissero che è l’io in funzione della vita e non la vita in funzione dell’io. In quella dimensione avrebbero trovato, anche da laici, il loro modo di credere e di vivere. «Nessun uomo è lontano dal Signore – scrisse un giorno meravigliosamente – Lui è vicino, senz’altro, ma il Signore ama la libertà. Non impone il Suo amore, non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta».

Questa ricchezza umana e apertura di vedute don Pino la portò anche dentro la Chiesa. Ancora giovane, negli anni Sessanta trovò nel Concilio la risposta ai sentimenti e alle intuizioni che turbavano il suo cuore. E se la Unitatis Redintegratio del 1964 sottolinea che «la Chiesa pellegrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui essa stessa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno», la vita di don Puglisi sembra incarnare questo spirito inquieto, teso a una continua riforma di sé, disposto ad accettare con fiducia e coraggio le sfide anche ardue che gli si pongono innanzi.

Così quando questo vivere la fede ritenuto da alcuni troppo “moderno” costa al giovane prete il trasferimento a Godrano, paesino di mille abitanti a circa 40 chilometri da Palermo, don Pino non si scompone più di tanto. E agli amici che protestano contro un provvedimento sentito come una punizione, risponde col suo sorriso mite: «Non sono figli di Dio anche questi uomini di Godrano?».

Inevitabile il richiamo alle parole che don Milani scrisse alla madre da Barbiana: «Non c’è motivo di considerarmi tarpato se sono quassù. La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, e neanche le possibilità di fare del bene si misurano sul numero dei parrocchiani».

Le due situazioni presentano però una differenza di fondo. Se infatti a Barbiana don Lorenzo trova una comunità da condurre con totale dedizione sul cammino della conoscenza e del riscatto sociale, a Godrano don Pino s’imbatte in una realtà chiusa, diffidente, segnata da una lunga e sanguinosa faida fra famiglie. In quel paesino incastonato nelle Madonie sperimenta sulla propria pelle la forza di una mentalità – quella della vendetta e di un malinteso senso dell’onore – che, anche quando è strettamente legata alla mafia, le offre un terreno fertile per radicarsi. E che può trovare indiretta sponda in forme di religiosità confinate nel «chiuso della sacrestia e di pratiche devozionali e bigotte». Per don Pino, tuttavia, è una ragione di più per rimboccarsi le maniche, e anche a Godrano saprà stanare la speranza in cuori induriti dall’odio e dal pregiudizio, suscitando negli adulti il desiderio del perdono e della riconciliazione, nei giovani un’idea di convivenza non riducibile alle mura di casa o all’appartenenza al proprio clan.
Ecco allora che il rientro a Palermo e il successivo ritorno nella natia Brancaccio sono per Pino l’occasione per continuare con maggior forza il cammino intrapreso: da un lato i percorsi educativi – «perché con i bambini e gli adolescenti si è ancora in tempo» – dall’altro il concepire la parrocchia, prima che come un luogo di culto, come uno strumento di promozione umana e sociale, strumento di una Chiesa più aperta, più “periferica”, più vicina ai poveri, più attenta alle questioni sociali. I cui pastori non dimenticano certo la dottrina, ma sanno che essa non può sostituire la costruzione del bene e la ricerca impervia della verità. «Il sacerdote di domani – ha scritto Karl Rhaner, il grande teologo conciliare che fu uno dei riferimenti di Puglisi – sarà un uomo che sopporta la pesante oscurità dell’esistenza con i suoi fratelli e sorelle. Il sacerdote di domani non sarà colui che deriva la propria forza dal prestigio sociale della Chiesa, ma che avrà il coraggio di far sua la non-forza della Chiesa».

Il libro racconta nei dettagli le tante iniziative che questo piccolo grande prete ha saputo mettere in piedi negli anni del suo ritorno a Palermo, il suo affanno e la sua costante rincorsa al tempo, rubato al sonno e perfino al cibo (se non riusciva quasi mai a essere puntuale, don Puglisi, era perché prima lo era stato con tante, con troppe persone…). Racconta il suo caricarsi delle speranze e delle istanze di giustizia di tanta gente ma anche il suo promuovere l’impegno collettivo, la collaborazione con altre realtà ecclesiali e civili, perché «se ognuno di noi fa qualcosa, allora si può fare molto».

E ci si chiede, leggendo queste pagine, come un’attività così frenetica e incisiva (e tuttavia discreta: Puglisi era un uomo schivo, che rifuggiva ogni protagonismo) potesse non finire nelle mire dei boss e di quanti vogliono mantenere le comunità sotto una cappa d’ignoranza, di miseria, di fatalismo. Mire – duole dirlo – che si sono avvalse nel passato anche di sottovalutazioni e perfino compromissioni in ambito ecclesiastico, prima che le nette parole di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, i martirî di don Puglisi e di don Peppe Diana, evidenziassero l’incompatibilità della mafia con lo spirito del Vangelo, con l’amore di Gesù per i poveri, i miti, i perseguitati.

Molti hanno cercato di dare una definizione all’attività pastorale di don Pino. Nel mio piccolo voglio sottolineare come la definizione “prete antimafia” sia sbagliata non solo perché ogni definizione, sia pure attribuita con le migliori intenzioni, impoverisce la complessità di una vita. Ma perché Puglisi aveva capito che il problema non è tanto la mafia come organizzazione criminale (se così fosse basterebbero la magistratura e le forze di polizia) quanto la mafiosità, il mare dentro cui nuota il pesce mafioso. L’assassinio di don Pino Puglisi ci ricorda che sconfiggeremo le mafie solo quando saremo capaci di fare pulizia attorno e dentro di noi, quando supereremo gli egoismi, i favoritismi, i privilegi e l’inevitabile corruzione che questo modo d’intendere la vita porta con sé. Solo quando avremo il coraggio di riconoscere anche le nostre responsabilità, responsabilità non solo dirette ma indirette, riferibili a quel peccato di omissione che consiste nell’interpretare in modo restrittivo e puramente formale il nostro ruolo di cittadini.

In tal senso la beatificazione di don Pino Puglisi è, paradossalmente, una “spina nel fianco” per tutti noi. Non solo per una Chiesa chiamata più che mai, nell’attuale crisi mondiale, a saldare il Cielo e la Terra, la dimensione spirituale con l’impegno per la giustizia sociale. Ma per chiunque, cristiano o laico, si senta chiamato a contribuire alla costruzione della speranza già a partire da questo mondo.

don Luigi Ciotti

Prefazione scritta da don Luigi Ciotti al libro  “Pino Puglisi il prete che fece tremare la mafia”

Una vittoria che resterà nella storia

Ibikila abebel 10 settembre del 1960, a Roma, durante le Olimpiadi, un poliziotto etiope di nome Abebe Bikila fa la storia. Corre la maratona in 2.15’16” vincendo la medaglia d’oro. La cosa che sconvolge il mondo è che bikila lo fa correndo a piedi nudi. Questo è quello che dichiarerà dopo la gara: “Volevo che il mondo sapesse che il mio paese, l’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo” (“I wanted the world to know that my country Ethiopia has always won with determination and heroism“). Un uomo che corre a piedi nudi, l’ultimo fra gli ultimi, e lo fa per il suo popolo. Questa è stata l’impresa epica di un grandissimo uomo.

Una vittoria che resterà nella storia. E che alla storia è legata, avvenendo proprio nell’anno centrale della decolonizzazione dell’Africa, nonchè a 25 anni dalla guerra coloniale mossa dal regime fascista contro quell’Etiopia per cui Abebe Bikila corre e vince.

La Gara
Un uomo magro e scalzo corre verso l’Arco di Costantino, traguardo della Maratona. È l’etiope Abebe Bikila, il primo atleta africano a vincere una medaglia d’oro olimpica. I 42 massacranti chilometri della Maratona sono il simbolo dei giochi olimpici. Alla gara, che in quest’edizione ha comme sfondo i secolari monumenti di Roma, partecipano 69 atleti provenienti da 35 paesi diversi. Il favorito è il sovietico Sergej Popov, che agli Europei di atletica del 1958 ha stabilito il tempo record di 2 h, 15’ e 17’’. Tra i partecipanti c’è uno sconosciuto etiope che indossa il pettorale numero 11, Abebe Bikila. Bikila ha 28 anni, ma solo da 4 gareggia nelle competizioni di atletica. Quella di Roma è la terza Maratona di tutta la sua carriera.
Alla partenza della gara si presenta a piedi nudi: le scarpe consegnategli per la corsa gli creano dei problemi e l’etiope decide di correre scalzo.

La gara ha inizio alle 17.30 da Piazza del Campidoglio. Dopo una decina di chilometri il gruppo dei corridori si allunga per il ritmo imposto da quattro battistrada: il belga Van den Driessche, il britannico Arthur Keily, il marocchino Rhadi Ben Abdesselem e Bikila. Poco prima della metà della corsa, Bikila e Rhadi staccano gli avversari e cominciano un duello che si protrae per il resto della gara. Al km 25, i due sono saldamente in testa, seguiti dal sovietico Popov e dal neozelandese Magee, distanziati di 1’24”.
Il marocchino prova più volte a liberarsi del rivale etiope. Ma Bikila non cede e gli risponde correndo su quei piedi scalzi che volano leggeri sulla Via Appia antica. Dal km 30 è Bikila a fare l’andatura. Il sole volge al tramonto e il ritardo degli inseguitori sale fino a 2’ e 20’’. A pochi chilometri dall’arrivo, Rhadi tenta un allungo. Bikila però lo stacca e si invola verso l’Arco di Costantino.

Ormai è irraggiungibile. Arriva al traguardo fermando il cronometro a 2h 15’16” e 2 decimi, 8 decimi di secondo sotto il primato di Popov. Dopo la vittoria i giornalisti interrogano Bikila sulla sua scelta di correre a piedi nudi. Lui risponde: “Ho voluto che il mondo sapesse che la gente del mio paese, l’Etiopia, ha vinto sempre con determinazione ed eroismo”. La vittoria di un corridore a piedi nudi proveniente da un povero paese africano si imprime nell’immaginario collettivo. L’oro scalzo di Bikila diventa il simbolo della volontà incrollabile in grado di superare ogni ostacolo. (Credits – OVO)