Enzo Tortora, un uomo innocente

Tortora2“Se uno viene preso in piena notte, qualcosa avrà fatto”: le sferzanti parole scritte da Camilla Cederna alla notizia dell’arresto di Enzo Tortora sintetizzarono in maniera plastica il giudizio prevalentemente colpevolista che attraversò  l’opinione pubblica in quella estate del 1983. Immediatamente si creò  un corto circuito mediatico- giudiziario che produsse le immagini di Tortora con le manette che viene accompagnato dai Carabinieri  in mezzo ad una ressa di telecamere e fotografi  e quelle agghiaccianti scattate nel carcere ove era rinchiuso.

Fu solo l’onestà intellettuale di una grande penna, Enzo Biagi, che assieme a pochi altri cominciò ad avanzare dubbi sulla più brutta vicenda giudiziaria del nostro Paese. (altro…)

Portella della Ginestra, 1 maggio 1947

1maggioMentre i Costituenti elaboravano la nostra Carta Fondamentale , in Sicilia,  a Portella della Ginestra , gli uomini del bandito Giuliano, braccio armato di mandanti rimasti sempre occulti, massacravano contadini e lavoratori che si erano riuniti per rivendicare coraggiosamente , in una terra ancora dominata dai latifondisti,  i propri diritti nel giorno in cui tutto il mondo festeggiava la giornata del lavoro. Si compiva la prima di una lunga serie di stragi che avrebbero contrassegnato la storia della nostra Repubblica. Il ricordo di quell’eccidio ancora oggi  illumina il  Primo Maggio e ci insegna che, anche nel mondo del lavoro, le conquiste di civiltà  che  troppo spesso si danno per scontate sono il frutto del sangue di quei martiri laici caduti in quella lontana piana siciliana il 1 maggio 1947. (altro…)

Le persone al centro: pari opportunità e welfare

VNV21_071Inclusione sociale, sviluppo e sicurezza costituiscono i principi ispiratori di questo documento programmatico.
Il nostro approccio ai temi dell’equità e dell’inclusione sociale si basa sull’immenso potere dei piccoli passi e della forza delle “rete” intesa come condivisione di conoscenza, di sapere e di opportunità tra cittadini.
D’altronde, è anche l’unico approccio possibile nelle attuali condizioni di sostanziale paralisi che le politiche di bilancio pubbliche stanno subendo, a causa della crescente scarsità di risorse. Ed è anche l’approccio delle smart cities, perché una città intelligente è quella che usa al meglio le risorse che ha, per fare i passi più lunghi che può.
Una città intelligente è una città che incentiva le politiche di conciliazione vita-lavoro (altro…)

Camorra e società

È cronaca di queste ore l’ennesimo atto di violenza che ha insanguinato le strade del nostro capoluogo: un poliziotto lotta tra la vita e la morte per essersi opposto a due estorsori in pieno centro cittadino.

camorra #cambiamentiÈ venuto il momento di aprire una riflessione onesta sul rapporto tra la camorra e la nostra società. La lotta alla criminalità organizzata, soprattutto alla più violenta, non è questione esclusivamente di ordine pubblico che può essere lasciata all’azione delle forze di polizia, della magistratura o delle istituzioni politiche ed amministrative. Il successo in questa lotta,allo stato impari, dipende moltissimo dalla coscienza civile del nostro popolo, dalla nostra capacità di reazione. E su questo fronte siamo assolutamente inerti, e l’inerzia diventa involontaria complicità. Addirittura, anche in settori culturalmente più avanzati e progressisti della nostra Regione, si tende ad ignorare il fenomeno quasi che la camorra fosse un’invenzione di Roberto Saviano o di qualche giornalista in cerca di notorietà.

Sono nati movimenti meridionalisti pronti a rivendicare i torti subiti dai Savoia, da Garibaldi e da altri “eroi gloriosi” ma assolutamente silenti sulla prepotenza dei camorristi (tanto che viene il dubbio che pure la camorra ce l’abbiano portata i piemontesi).

Le nostre terre pagano la mancanza di un movimento di opinione forte e stabile che si opponga alla criminalità; un movimento di opinione simile a quello sorto in Sicilia durante il periodo più violento del giogo mafioso, alla cui testa si schierarono intellettuali, preti e anche politici di buona volontà ma la cui sostanza era fatto sopratutto di cittadini,studenti,lavoratori che gridarono nelle strade il loro convinto NO alla Mafia.

Se a Napoli e nell’intera nostra Regione non nasce e si sviluppa questa nuova Resitenza, i camorristi penseranno sempre di poter fare quello che vogliono ed addirittura si sentiranno legittimati a farlo.

Riflettere sulle responsabilità intellettuali di noi tutti è il primo deciso passo da compiere per affermare legalità e giustizia nei nostri territori. E bisogna farlo subito. Se non ora, quando?

Il prete che fece tremare la mafia

« Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto » (Papa Francesco ricorda Pino Puglisi il 26 maggio 2013)

 


 

pino puglisi«Era uno che non si era incanalato, che faceva di testa sua». «Predicava, predicava, prendeva ragazzini e li toglieva dalla strada… Martellava e rompeva le scatole».
Queste parole di Gaspare Spatuzza e di Giovanni Drago, mafiosi divenuti collaboratori di giustizia, basterebbero a spiegare, nella loro rozza schiettezza, perché don Pino Puglisi è stato ucciso.
Ma sono molto lontane dal dire chi davvero fosse don Pino Puglisi, da cosa nasce quel “rompere le scatole” che lo avrebbe esposto alla vendetta del crimine mafioso.

È quello che cerca di fare questo libro di Francesco Deliziosi. Libro bello e importante perché, con mirabile sintesi, riesce a fondere il “soggettivo” e l'”oggettivo”. Deliziosi scrive infatti sia in base alla conoscenza diretta – è stato amico e allievo di Puglisi – sia in base a una profonda, rigorosa documentazione (ha fatto parte, tra l’altro, della commissione preposta a raccogliere il materiale per avviare il processo di beatificazione di Puglisi).

Chi era dunque don Puglisi?
Del ritratto di Deliziosi mi hanno colpito alcuni aspetti e di questi vorrei parlare. Con un’avvertenza, però. Isolare questi aspetti senza coglierne la profonda continuità sarebbe un grave errore di prospettiva. Come tutte le persone restie a fare della propria coscienza un luogo di eterna mediazione e contrattazione, Puglisi imprimeva a tutto ciò che faceva il senso della ricerca e del bisogno di verità. Se era un “rompiscatole”, era perché le scatole le rompeva innanzitutto a se stesso, perché non si accontentava di “fare”, ma voleva fare bene, con rigore, coerenza e serietà.
Il primo aspetto che salta agli occhi è quello dell’educatore. Don Puglisi aveva – lo dicono in tanti – un talento raro nell’educare. Il che significa che il suo insegnamento era fondato sull’ascolto e sul comportamento, più che sulle parole. Non gli interessava tanto trasmettere nozioni, quanto che le persone diventassero capaci di scegliere con coscienza e responsabilità. Ossia che fossero libere. In questo senso, educare per lui era davvero accompagnare ciascuno a scoprire la propria diversità, con pazienza e delicatezza, senza pressioni né condizionamenti, stimolando quel confronto con le grandi domande della vita senza il quale la nostra libertà è ridotta a capriccio, arbitrio, semplice sfogo di impulsi.

Che tutto ciò portasse a esiti diversi dall’abbracciare la fede, non era affatto per don Puglisi segno di sconfitta. Per lui contava che le persone imparassero lo stupore e la conoscenza, capissero che è l’io in funzione della vita e non la vita in funzione dell’io. In quella dimensione avrebbero trovato, anche da laici, il loro modo di credere e di vivere. «Nessun uomo è lontano dal Signore – scrisse un giorno meravigliosamente – Lui è vicino, senz’altro, ma il Signore ama la libertà. Non impone il Suo amore, non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta».

Questa ricchezza umana e apertura di vedute don Pino la portò anche dentro la Chiesa. Ancora giovane, negli anni Sessanta trovò nel Concilio la risposta ai sentimenti e alle intuizioni che turbavano il suo cuore. E se la Unitatis Redintegratio del 1964 sottolinea che «la Chiesa pellegrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui essa stessa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno», la vita di don Puglisi sembra incarnare questo spirito inquieto, teso a una continua riforma di sé, disposto ad accettare con fiducia e coraggio le sfide anche ardue che gli si pongono innanzi.

Così quando questo vivere la fede ritenuto da alcuni troppo “moderno” costa al giovane prete il trasferimento a Godrano, paesino di mille abitanti a circa 40 chilometri da Palermo, don Pino non si scompone più di tanto. E agli amici che protestano contro un provvedimento sentito come una punizione, risponde col suo sorriso mite: «Non sono figli di Dio anche questi uomini di Godrano?».

Inevitabile il richiamo alle parole che don Milani scrisse alla madre da Barbiana: «Non c’è motivo di considerarmi tarpato se sono quassù. La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, e neanche le possibilità di fare del bene si misurano sul numero dei parrocchiani».

Le due situazioni presentano però una differenza di fondo. Se infatti a Barbiana don Lorenzo trova una comunità da condurre con totale dedizione sul cammino della conoscenza e del riscatto sociale, a Godrano don Pino s’imbatte in una realtà chiusa, diffidente, segnata da una lunga e sanguinosa faida fra famiglie. In quel paesino incastonato nelle Madonie sperimenta sulla propria pelle la forza di una mentalità – quella della vendetta e di un malinteso senso dell’onore – che, anche quando è strettamente legata alla mafia, le offre un terreno fertile per radicarsi. E che può trovare indiretta sponda in forme di religiosità confinate nel «chiuso della sacrestia e di pratiche devozionali e bigotte». Per don Pino, tuttavia, è una ragione di più per rimboccarsi le maniche, e anche a Godrano saprà stanare la speranza in cuori induriti dall’odio e dal pregiudizio, suscitando negli adulti il desiderio del perdono e della riconciliazione, nei giovani un’idea di convivenza non riducibile alle mura di casa o all’appartenenza al proprio clan.
Ecco allora che il rientro a Palermo e il successivo ritorno nella natia Brancaccio sono per Pino l’occasione per continuare con maggior forza il cammino intrapreso: da un lato i percorsi educativi – «perché con i bambini e gli adolescenti si è ancora in tempo» – dall’altro il concepire la parrocchia, prima che come un luogo di culto, come uno strumento di promozione umana e sociale, strumento di una Chiesa più aperta, più “periferica”, più vicina ai poveri, più attenta alle questioni sociali. I cui pastori non dimenticano certo la dottrina, ma sanno che essa non può sostituire la costruzione del bene e la ricerca impervia della verità. «Il sacerdote di domani – ha scritto Karl Rhaner, il grande teologo conciliare che fu uno dei riferimenti di Puglisi – sarà un uomo che sopporta la pesante oscurità dell’esistenza con i suoi fratelli e sorelle. Il sacerdote di domani non sarà colui che deriva la propria forza dal prestigio sociale della Chiesa, ma che avrà il coraggio di far sua la non-forza della Chiesa».

Il libro racconta nei dettagli le tante iniziative che questo piccolo grande prete ha saputo mettere in piedi negli anni del suo ritorno a Palermo, il suo affanno e la sua costante rincorsa al tempo, rubato al sonno e perfino al cibo (se non riusciva quasi mai a essere puntuale, don Puglisi, era perché prima lo era stato con tante, con troppe persone…). Racconta il suo caricarsi delle speranze e delle istanze di giustizia di tanta gente ma anche il suo promuovere l’impegno collettivo, la collaborazione con altre realtà ecclesiali e civili, perché «se ognuno di noi fa qualcosa, allora si può fare molto».

E ci si chiede, leggendo queste pagine, come un’attività così frenetica e incisiva (e tuttavia discreta: Puglisi era un uomo schivo, che rifuggiva ogni protagonismo) potesse non finire nelle mire dei boss e di quanti vogliono mantenere le comunità sotto una cappa d’ignoranza, di miseria, di fatalismo. Mire – duole dirlo – che si sono avvalse nel passato anche di sottovalutazioni e perfino compromissioni in ambito ecclesiastico, prima che le nette parole di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, i martirî di don Puglisi e di don Peppe Diana, evidenziassero l’incompatibilità della mafia con lo spirito del Vangelo, con l’amore di Gesù per i poveri, i miti, i perseguitati.

Molti hanno cercato di dare una definizione all’attività pastorale di don Pino. Nel mio piccolo voglio sottolineare come la definizione “prete antimafia” sia sbagliata non solo perché ogni definizione, sia pure attribuita con le migliori intenzioni, impoverisce la complessità di una vita. Ma perché Puglisi aveva capito che il problema non è tanto la mafia come organizzazione criminale (se così fosse basterebbero la magistratura e le forze di polizia) quanto la mafiosità, il mare dentro cui nuota il pesce mafioso. L’assassinio di don Pino Puglisi ci ricorda che sconfiggeremo le mafie solo quando saremo capaci di fare pulizia attorno e dentro di noi, quando supereremo gli egoismi, i favoritismi, i privilegi e l’inevitabile corruzione che questo modo d’intendere la vita porta con sé. Solo quando avremo il coraggio di riconoscere anche le nostre responsabilità, responsabilità non solo dirette ma indirette, riferibili a quel peccato di omissione che consiste nell’interpretare in modo restrittivo e puramente formale il nostro ruolo di cittadini.

In tal senso la beatificazione di don Pino Puglisi è, paradossalmente, una “spina nel fianco” per tutti noi. Non solo per una Chiesa chiamata più che mai, nell’attuale crisi mondiale, a saldare il Cielo e la Terra, la dimensione spirituale con l’impegno per la giustizia sociale. Ma per chiunque, cristiano o laico, si senta chiamato a contribuire alla costruzione della speranza già a partire da questo mondo.

don Luigi Ciotti

Prefazione scritta da don Luigi Ciotti al libro  “Pino Puglisi il prete che fece tremare la mafia”

Libero Grassi, che non si piegò al pizzo

L’uomo che aveva insegnato il coraggio ai siciliani fu ammazzato una mattina di vent’anni fa. Davanti al portone di casa, a Palermo, alle 7.45 del 29 agosto 1991, cinque pallottole mafiose uccidevano Libero Grassi, l’imprenditore che non s’era piegato al racket e aveva rivendicato la sua scelta – solitaria e inedita – in tv, sui giornali, nei convegni: dovunque quel suo messaggio di libertà potesse irradiare l’isola.

grassiEra stato un pioniere, Libero Grassi, nel pozzo cupo di quegli anni in cui un giudice, Luigi Russo di Catania, stabiliva in una sentenza che non era reato acquistare la “protezione” dei boss, e il presidente degli industriali di Palermo, Salvatore Cozzo, urlava alla radio, proprio in risposta a Grassi, che “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Vent’anni dopo quell’omicidio – e la lettera aperta al Caro estortore (“Volevo avvertire che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della Polizia…”) – qualcosa in Sicilia è cambiato. Oggi, i magistrati indagano gli imprenditori che non denunciano i propri aguzzini, e qualche associazione produttiva ha iniziato a espellere gli iscritti accusati di connivenza.

Ma è soprattutto nella società civile che il messaggio di Grassi ha piantato radici robuste. Racconta Pina Maisano, vedova dell’imprenditore: “Nel 2004, tredici anni dopo la morte di Libero, vedo sulle strade di Palermo degli adesivi con su scritto ‘Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità’. Scritta nera su fondo bianco, nessuna firma, nessun logo. Mi chiama una giornalista e mi chiede cosa pensassi di quella frase, e ovviamente se ne conoscessi gli autori. Rispondo che non li conosco, ma che, se fossero stati dei giovani, li avrei adottati come nipoti miei e di Libero.

Il giorno dopo citofonano al mio studio dei ragazzi e si presentano come miei nipoti”. Con quell'”adozione” particolare nasceva Addiopizzo, l’associazione che raccoglieva il testimone di Grassi e di lì a breve avrebbe lanciato l’iniziativa del consumo critico antimafioso: un bollino per ogni negozio antiracket “certificato”.

E’ a uno dei suoi “nipoti” acquisiti che Pina Maisano ha aperto il cassetto dei ricordi più intimi e l’album di famiglia per il ventennale dell’omicidio del marito. Libero, l’imprenditore che non si piegò al pizzo, in uscita oggi per Castelvecchi (pp. 126, euro 10), con una prefazione di Marco Travaglio, è il libro-testimonianza, ricco di foto, poesie e lettere private, scritto con Chiara Caprì e che svela il ritratto non di un eroe, come Grassi non volle mai essere considerato, ma di un “cittadino onesto”, le cui battaglie di legalità erano iniziate molto prima del ’91 Il titolare dell’azienda tessile Sigma, la terza italiana del settore, con un fatturato di sette miliardi di lire, era lo stesso che negli anni Sessanta s’era battuto perché il sacco di Palermo del sindaco Salvo Lima e del suo assessore ai Lavori pubblici Vito Ciancimino non inghiottisse il villino liberty del circolo Roggero di Lauria, a Mondello, e il litorale palermitano. Un decennio dopo, come consigliere d’amministrazione dell’azienda locale per l’energia, Grassi si era speso affinché la città fosse dotata di una rete di distribuzione del gas, mettendosi contro centinaia di “bombolari”.

La sua lungimiranza lo aveva portato a costituire una società, la Solange impiantistica, che avrebbe dovuto fare da battistrada in Italia per l’uso dell’energia solare. E poi c’era il Grassi impegnato in politica. Quello che un giorno, in viaggio a Parigi con la moglie, trova sul parabrezza dell’auto il messaggio di un tale Marco, un italiano che si diceva in difficoltà economiche e chiedeva aiuto. “Era Marco Pannella – ricorda Pina Maisano – tra lui e Libero si creò subito una certa intesa. Discutevano spesso su un punto: i politici, per poter davvero fare politica, non possono partecipare a più di due legislature, perché sennò perdono il contatto con la realtà di tutti i giorni”.

In breve, Grassi si iscrive al Partito radicale (aveva militato anche con i repubblicani di Ugo La Malfa) col quale dà vita, insieme a pezzi di Democrazia proletaria e al Comitato Impastato, al Comitato opposizione Palermo, dichiaratamente votato all’antimafia, per denunciare “il sistema di potere Dc” come “espressione della ‘borghesia mafiosa'”.

Di quel sistema di potere, tredici anni più tardi, Pina Maisano, eletta senatrice per i Radicali, chiederà conto al suo massimo esponente, Giulio Andreotti. “Era il giorno in cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere doveva esprimersi sull’azione penale contro di lui. Il primo documento a disposizione, 250 pagine, era la relazione dei pentiti: Buscetta, Calderone, Mutolo, Mannoja… Si parlava dei Salvo, di Ciancimino, del maxi processo… Per gli altri senatori, si trattava di fatti lontani. Per me, palermitana, erano ferite aperte sul mio corpo. E allora non potei fare a meno di chiedere ad Andreotti: Onorevole, mi scusi: ma lei, nella sua posizione, non poteva non sapere, visti i suoi rapporti con Lima e Ciancimino, quale fosse la situazione a Palermo. Non è così?”.

Andreotti promise che avrebbe risposto a processo chiuso. Nel 2003, dopo la sentenza di appello che dichiarava prescritti i reati di mafia del senatore a vita fino al 1980, Pina Maisano scrive all’ex presidente del Consiglio ricordandogli quel vecchio impegno. E lui risponde a suo modo, mandando in prescrizione la memoria: “Grazie, cara collega, della lettera gentile e dei ricordi di un periodo interessante. Sinceri auguri e saluti”.

di Paolo Casicci da “La Repubblica” del 29 agosto 2011