L’uomo bianco in quella foto

o-TOMMIE-SMITH-570Prendete questa immagine, per esempio. Racconta il gesto di ribellione di Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico e mi ha ingannato un sacco di volte.

L’ho sempre guardata concentrandomi sui due uomini neri scalzi, con il capo chino e il pugno guantato di nero verso il cielo, mentre suona l’inno americano. Un gesto simbolico fortissimo, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy.

È la foto del gesto storico di due uomini di colore. Per questo non ho mai osservato troppo quell’uomo, bianco come me, immobile sul secondo gradino.

L’ho considerato una presenza casuale, una comparsa, una specie di intruso. Anzi, ho perfino creduto che quel tizio – doveva essere un inglese smorfioso – rappresentasse, nella sua glaciale immobilità, la volontà di resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocavano con il loro grido silenzioso. Invece sono stato ingannato. Grazie a un vecchio articolo di Gianni Mura, oggi ho scoperto la verità: l’uomo bianco nella foto è, forse, l’eroe più grande emerso da quella notte del 1968.

Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo.

CRnorman1La vittoria si sarebbe decisa tra loro due, Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. John Carlos, anni dopo, disse di essersi chiesto da dove fosse uscito quel piccoletto bianco. Un uomo di un metro settantotto che correva veloce come lui e Smith, che superavano entrambi il metro e novanta.

Arrivò la finale e l’outsider Peter Norman fece la gara della vita, migliorandosi ancora. Chiuse in 20.06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano ancora oggi imbattuto, a 47 anni di distanza.

Ma quel record non bastò, perché Tommie Smith era davvero “The jet” e rispose con il record del mondo. Abbatté il muro dei venti secondi, primo uomo della storia, chiudendo in 19.82 e prendendosi l’oro. John Carlos arrivò terzo di un soffio, dietro la sorpresa Norman, unico bianco in mezzo ai fuoriclasse di colore. Fu una gara bellissima, insomma.

Eppure quella gara non sarà mai ricordata quanto la sua premiazione. Non passò molto dalla fine della corsa perché si capisse che sarebbe successo qualcosa di forte, di inaudito, al momento di salire sul podio. Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti.

Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane. Anche in Australia c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e leggi discriminatorie verso gli aborigeni, tra cui le tremende adozioni forzate di bambini nativi a vantaggio di famiglie di bianchi.

I due americani chiesero a Norman se lui credesse nei diritti umani. Norman rispose di sì. Gli chiesero se credeva in Dio e lui, che aveva un passato nell’esercito della salvezza, rispose ancora sì. “Sapevamo che andavamo a fare qualcosa ben al di là di qualsiasi competizione sportiva e lui disse “sarò con voi” – ricorda John Carlos – Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore”.

Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.

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Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, a rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo delle lotte delle Pantere Nere.

Ma prima di andare sul podio si resero conto di avere un solo paio di guanti neri. “Prendetene uno a testa” suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio. Ma poi Norman fece qualcos’altro.

“Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?“ chiese indicando lo stemma del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. “Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”.

Smith ammise di essere rimasto stupito e aver pensato: “Ma che vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”.

Così gli rispose di no, anche perché non si sarebbe privato del suo stemma. Ma con loro c’era un canottiere americano bianco, Paul Hoffman, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Aveva ascoltato tutto e pensò che “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!”. Hoffman non esitò: “Gli diedi l’unico che avevo: il mio”.

I tre uscirono sul campo e salirono sul podio:  il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto.  “Non ho visto cosa succedeva dietro di me – raccontò Norman – Ma ho capito che stava andando come avevano programmato quando una voce nella folla iniziò a cantare l’inno Americano, ma poi smise. Lo stadio divenne silenzioso”.

Il capo delegazione americano giurò che i suoi atleti avrebbero pagato per tutta la vita quel gesto che non c’entrava nulla con lo sport. Immediatamente Smith e Carlos furono esclusi dal team americano e cacciati dal villaggio olimpico, mentre il canottiere Hoffman veniva accusato pure lui di cospirazione.

Tornati a casa i due velocisti ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte. Ma il tempo, alla fine, ha dato loro ragione e sono diventati paladini della lotta per i diritti umani. Sono stati riabilitati, collaborando con il team americano di atletica e per loro è stata eretta una statua all’Università di San José.

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In questa statua non c’è Peter Norman. Quel posto vuoto sembra l’epitaffio di un eroe di cui nessuno si è mai accorto. Un atleta dimenticato, anzi, cancellato, prima di tutto dal suo paese, l’Australia.

Quattro anni dopo Messico 1968, in occasione delle Olimpiadi di Monaco, Norman non fu convocato nella squadra di velocisti australiani,  pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100.

Per questa delusione, lasciò l’atletica agonistica, continuando a correre a livello amatoriale.

In patria, nell’Australia bianca che voleva resistere al cambiamento, fu trattato come un reietto, la famiglia screditata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo.

Come disse John Carlos “Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo”. Per anni Norman ebbe una sola possibilità di salvarsi: fu invitato a condannare il gesto dei suoi colleghi Tommie Smith e John Carlos, in cambio di un perdono da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di trovare un lavoro fisso tramite il comitato olimpico australiano ed essere parte dell’organizzazione delle Olimpiadi di Sidney 2000.

Ma lui non mollò e non condannò mai la scelta dei due americani. Era il più grande sprinter australiano mai vissuto e detentore del record sui 200, eppure non ebbe neppure un invito alle Olimpiadi di Sidney. Fu il comitato olimpico americano, una volta scoperta la notizia a chiedergli di aggregarsi al proprio gruppo e a invitarlo alla festa di compleanno del campione Michael Johnson per cui Peter Norman era un modello e un eroe.

tommie-smith-john-carlosNorman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato. Al funerale Tommie Smith e John Carlos,  amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe.

 “Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare” disse John Carlos.

article-1337174358062-013afec700001005-897058_466x310“Ha pagato il prezzo della sua scelta – spiegò Tommie Smith – Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa”.

Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia con queste parole:

“Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano.

Riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare il simbolo  del Progetto Olimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, che fecero il saluto del “potere nero”.

Si scusa tardivamente con Peter Norman per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che Peter Norman giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale”.

TommieSmith-JohnCarlos-PeterNormanMa, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt.

“Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco.

Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo. È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance. Invece è il contrario. Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

di Riccardo Gazzaniga

Onu, una storia lunga 70 anni

Il 25 giugno del 1945 i rappresentanti di 51 Paesi, riuniti a San Francisco, siglavano la Carta delle Nazioni Unite, con lo scopo di costituire un corpo internazionale per promuovere la pace e prevenire guerre future.

70ONUIl punto centrale della Carta riportava questa frase: «Gli Stati firmatari della Magna Carta si dichiarano decisi a proclamare la loro fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore umano della persona, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne, come delle grandi e piccole nazioni. Sono partigiani delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso lingua o religione. Ribadiscono il concetto dei diritti dei popoli a disporre di loro stessi. Sono decisi a favorire il progresso sociale e a instaurare migliori condizioni di vita in una più grande libertà: per ottenere quest’ultimo risultato è necessario creare la cooperazione internazionale che permetterà di risolvere i problemi internazionali d’ordine economico, sociale, intellettuale e umanitario».

Questi gli intenti dei Paesi firmatari, che la realtà e la storia hanno nel tempo confermato o smentito, e che tuttavia restano la più alta testimonianza scritta della volontà collettiva di convivenza pacifica tra i popoli.

Tra successi e insuccessi, interventi nelle crisi internazionali e nei conflitti che dal dopoguerra si sono succeduti in tutte le aree del mondo, l’ONU ha avuto nella sua prima fase di vita l’indiscusso merito di accogliere tutti quei Paesi che via via si liberavano dal colonialismo, registrando tutti i mutamenti politici e gli assetti diplomatici, con l’obiettivo nobile di essere super partes nei conflitti, e di spingere i membri a interventi di solidarietà, soccorso e intervento umanitario.

Riprendendo in parte le caratteristiche della Società delle Nazioni, anch’essa nata come reazione a un conflitto mondiale, l’ONU prende forma proprio durante la seconda Guerra mondiale, quando il blocco di Paesi in guerra contro Germania, Italia e Giappone si impegna con la Carta atlantica a mettere in comune le proprie risorse e a non concludere armistizi separati con il nemico. Attraverso le tappe intermedie di Mosca e Teheran nel 1943, Washington nel 1944 e Yalta nel 1945, Usa, Urss e Gran Bretagna pongono così le basi per un’organizzazione internazionale finalizzata al mantenimento della pace.

La definizione Nazioni Unite venne usata per la prima volta da Winston Churchill citando una frase di Byron usata nel “Pellegrinaggio del Cavaliere Aroldo” che si riferiva agli alleati nella Battaglia di Waterloo.

L’organizzazione nasce durante la Conferenza di San Francisco e la Carta fondativa entrerà in vigore il 24 ottobre del 1945, con questo preambolo ai suoi 111 articoli: «Noi, popoli delle Nazioni Unite, siamo determinati a preservare le generazioni future dal flagello della guerra, che già due volte nella nostra vita ha portato indicibili sofferenze all’umanità».

Il giorno seguente viene firmata nell’auditorium della sala «Veterans’ Memorial». La Polonia, che alla conferenza non era rappresentata, firmerà più tardi e quindi il numero dei paesi firmatari originari è 51.

Le finalità dell’Organizzazione sono: mantenere la pace e la sicurezza internazionale, sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli e conseguire la cooperazione internazionale.

L’Assemblea generale si riunisce una volta all’anno e raccoglie i rappresentanti dei Paesi membri. Organo fondamentale è il Consiglio di Sicurezza, composto dai rappresentanti di cinque membri permanenti, Usa, Urss, Cina, Regno Unito e Francia, e di dieci membri di altri paesi, eletti per mandati temporanei. I cinque membri hanno un diritto di veto che può bloccare ogni iniziativa, anche se sostenuta in maggioranza dagli altri membri.

La prima assemblea generale si tiene il 10 gennaio del 1946 a Londra e sette giorni dopo ha luogo il primo Consiglio di Sicurezza con gli Stati membri non permanenti eletti dall’Assemblea; nella foto un momento dell’assemblea.

Sotto la direzione di Eleanor Roosevelt, vedova dell’amato presidente americano Franklin, viene creata una commissione per i Diritti Umani, che arriverà nel 1948 a redigere il documento noto come «Dichiarazione Universale dei Diritti Umani», definito dalla stessa ispiratrice «la Magna Carta internazionale dell’intera umanità».

Verrà adottata formalmente dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, facendo appello a tutti gli stati membri “affinché venga disseminata, esposta, letta e spiegata principalmente nelle scuole e in altre istituzioni educative, senza distinzione basata sulla posizione politica dei paesi o dei territori”. Sarà il documento più tradotto nel mondo.

Il 2 Aprile è la giornata mondiale dedicata all’AUTISMO

di Mariapia Contento | Psicoterapeuta

Il 2 Aprile è la giornata mondiale dedicata all’AUTISMO
… è la giornata dedicata ai tantissimi bambini che con lo sguardo “diretto altrove” insegnano agli altri a “guardare dentro”
… è la giornata dedicata a quelle mamme e ai quei papà che da quando hanno ricevuto la diagnosi di autismo sono sprofondati nel baratro della solitudine, si sono sentiti abbandonati a loro stessi, alla burocrazia, alle lunghissime lista  d’attesa dei centri di “riabilitazione”.

L’autismo è tra le malattie più invalidanti dello sviluppo, non riguarda solo il bambino ma colpisce l’intera famiglia, cambia la vita di tutti. Lavorando con le famiglie dei bambini autistici posso dire con onestà che spesso sono più i genitori che insegnano a me di quanto io possa insegnare loro.

giornata autismoSono profondamente convinta che i genitori siano i migliori terapeuti per i loro figli, hanno bisogno di essere sostenuti nel percorso che li conduce a “trovare la chiave d’accesso” ad un mondo che solo apparente è inesplorabile. È per loro un lavoro difficile, faticoso, spesso angosciante. Eppure, quando gli occhi di una mamma si riempiono di lacrime perché il figlio le ha dato un bacio, le ha fatto una carezza, l’ha chiamata mamma, quando un papà si commuove raccontando che finalmente suo figlio non ha messo in fila le costruzioni ma ha preso una palla e gliel’ha lanciata, i genitori sono ancora lì, pronti a rimboccarsi le maniche e andare oltre, oltre il muro del silenzio.

Oggi alzate lo sguardo al cielo e, idealmente, lasciate volare un palloncino blu, starete mostrando la vostra amicizia alle tante famiglie che ogni giorno provano a colorare il loro  mondo e quello dei propri bambini..

Accendiamo di blu la nostra CITTA’, oggi, accendiamo l’arcobaleno sempre.

2aprile

Giornata mondiale dell’autismo

2aprileDomani 2 aprile è la “Giornata per la consapevolezza sull’autismo”, in ogni città un edificio sarà illuminato in blu. Penso alle madri, ai padri e ai fratelli dei bambini autistici che seguo da anni, nella mia attività professionale, e penso a tutta la vita che viene negata ai bambini autistici e ai loro familiari, per la mancanza di strutture completamente adeguate a prendersi in carico, dal punto di vista sociale, questa malattia. Certo le cose negli ultimi anni sono un po‘ migliorate, ma quando parlo con le mamme, quando siamo costretti a perderci nella compilazione dei moduli, e a riflettere su quanto non c’è e dovrebbe esserci, a prendere atto della diminuzione di ore di sostegno assegnate……scopriamo che malgrado i piccoli passi c’è ancora molto da fare. Nuovi strumenti: una nuova Associazione nazionale ANGSA, con numero verde 800-031-819, che verrá attivato a breve è un nuovo disegno di legge approvato al Senato il 19 marzo 2015 che potete approfondire cliccando questo link : http://www.disabili.com/…/approvato-il-primo-disegno-di-leg…

Autismo e disturbi dello spettro autistico: diverse situazione dalla differente gravità che comprendono disturbi della integrazione sociale e della comunicazione.

Trovata la proteina che impedisce alle cellule nervose di comunicare tra loro, ma ancora non si conosce
la causa, probabilmente dovuta a fattori inquinanti presenti nell’ambiente detti epigeneticidetti così perchè provocano modificazioni della funzionalità del DNA, già dopo il concepimento, accendendo e spegnendo geni che regolano la produzione di proteine importanti per il collegamento tra i neuroni.

Domani ogni città avrà un edificio o un monumento illuminato in blu. A pochi giorni dal disegno di legge sull’autismo approvato in Senato, si costituisce la Fondazione italiana per l’autismo, che ha tra i soci fondatori, Angsa (Associazione nazionale genitori soggetti autistici) e diverse altre fondazioni e associazioni, con la collaborazione del Miur (Ministero Istruzione, Università e Ricerca), Ministero della Sanità, dell’Istruzione e della Coesione Sociale.

La Fondazione, la cui prima azione sarà l’avvio della linea blu per l’autismo, un numero verde dedicato alle famiglie dove esperti e psicologi risponderanno alle domande e indirizzeranno alle strutture più adeguate presenti sul territorio nazionale, 800-031-819, e ha tre obiettivi la ricerca e diagnosi, l’integrazione e il progetto di vita.

Abusi, violenze, ingiustizie. Dove la donna non festeggia

Dall’India all’Egitto, dalla Turchia all’Arabia Saudita: dossier sui Paesi in cui la parità è ancora un miraggio.

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Una donna afghana si affaccia dal finestrino del minibus che la porterà alla manifestazione dell’8 marzo a Kabul

La festa sì. E le mimose, i concerti, gli hashtag che promettono un mondo migliore. Ma non è un mondo per donne. Non questo in cui viviamo, dove all’affermazione professionale femminile corrisponde per contrappasso un’impennata della violenza sessuale (e della violenza in generale). Gli abusi quotidiani in Egitto e Turchia, gli stupri di gruppo in India, le discriminazioni di segno islamico in Iran e Arabia Saudita distillate con sommo sadismo nel Califfato, l’esodo di 4 milioni di siriane che sostengono da sole le famiglie devastate, gli aborti selettivi in Cina (e India) dove le autorità hanno appena arrestato le attiviste Li Tingting e Zheng Churan, note per le campagne contro le molestie sui bus di Pechino: le donne avanzano anche grazie a grandi uomini come i padri di quelle che avanzano. Ma il terreno è minato.

Le figlie di Madre India
Pensi alla violenza sessuale e pensi all’India, perché gli stupri di gruppo che lì si susseguono da 2 anni con la foga dei monsoni sono diventati l’icona d’un tabù resistente al punto da indurre Delhi a vietare il documentario «India’s Daughter» sulla ragazza morta per le sevizie sessuali del branco nel dicembre 2012.
«Le aggressioni in crescita ai danni delle indiane sono legate all’indipendenza economica che ci rende temibili avversari dei maschi sul mercato del lavoro, è una vergogna che umilia anche tanti uomini come mio figlio, mio marito, mio padre» nota l’attrice Suhasini Mani Ratnam, giurata del premio di Italcementi «arcVision Prize». I dati che giungono dalla più grande democrazia del mondo parlano di una donna abusata sessualmente ogni 21 minuti e di un’omertà sociale che, come nell’Italia di Franca Viola, accusa tacitamente la vittima.

Egitto: nel buio di Tahrir
«Per paradosso la mia tragedia è stata un bene, perché io, diversamente dalla maggioranza delle vittime di violenza sessuale, ho un marito che mi sostiene e gli strumenti culturali per denunciare» racconta la 40enne Hania Moheeb. Dopo l’aggressione di gruppo subita in piazza Tahrir il 25 gennaio di due anni fa, secondo anniversario della rivoluzione contro Mubarak quando una decina di ragazze vennero attaccate, Hania, che ha raccontato la sua esperienza in tv, è la testimonial della vergogna del Cairo, capitale mondiale delle molestie sessuali, dove il 96,5% delle donne ammette (ma non denuncia) di essere stata abusata in qualche modo almeno una volta. La legge contro la violenza sessuale è stata inasprita ma a far muro sono soprattutto le donne, aggredite come in passato ma oggi più consapevoli (al Cairo esiste una sorta di ronda femminile, le TahrirBodyGuard).

Turchia: indietro tutta
La storia della 20enne Ozgecan Aslan, uccisa a calci e bruciata dopo uno stupro fallito il 13 febbraio scorso, ha riacceso i riflettori sulla violenza contro le donne che, secondo l’opposizione, sarebbe aumentata del 400% da quando è al potere il partito islamico Akp. Il governo non ha gradito: prima il presidente Erdogan ha irriso le centinaia di uomini che hanno sfilato in sostegno delle donne indossando la gonna, poi il suo deputato Ismet Ucma ha accusato le soap opera di minare la famiglia incoraggiando gli stupri. Il problema alligna nel conservatorismo della società turca dove è diffuso il delitto d’onore e dove al 69% degli uomini lavorativamente attivi corrisponde il 29% delle donne.

Donne di Teheran e di Riad
Nemici giurati, Iran e Arabia Saudita condividono il fronte bellico contro le donne che, a Teheran come a Riad, rappresentano per la quintessenza della teocrazia la più minacciosa delle istanze riformiste.
L’8 marzo di «Nessuno tocchi Caino» è dedicato quest’anno alle iraniane. Secondo l’associazione abolizionista della pena di morte, dopo l’elezione del riformista Rohani le esecuzioni sono triplicate: almeno 721 nel 2014, tra cui 26 donne (compresa Reyhaneh Jabbari, impiccata per aver ucciso l’uomo che voleva stuprarla). Con le condanne a morte sono aumentate però anche le aggressioni contro le donne come quelle con l’acido a Isfahan e il controllo sociale (dopo la campagna internazionale per la liberazione di Ghoncheh Ghavami, in carcere per mesi dopo aver tentato di assistere a una partita di pallavolo maschile, pare che la federazione voglia consentire alle straniere di andare allo stadio).
Con buona pace dei presunti propositi progressisti del defunto re, l’Arabia Saudita resta la galera delle donne che l’ultimo Global Gender Gap Report mette al 127° posto (su 136) per parità di generi. Oltre ad avere un tutore maschio, le donne di Riad vantano una lunga lista di divieti tra cui quello di guidare contro il quale le suffragette locali si battono dal 2011 entrando e uscendo dal carcere.

Femminicidio made in Isis
Il senso del Califfato per le donne spazia dalla segregazione imposta con la sharia a Raqqa agli stupri delle yazide. Sebbene i macellai di Al Baghdadi non siano i soli responsabili dei 250 milioni di spose minori di 15 anni denunciati dall’Unicef, lo Stato Islamico dà il suo contributo all’infanzia violata (femminile e non solo). Il modello macho di Isis affonda le radici in un mondo ancestrale e violentemente paternalista che si diffonde assai più pervasivo del jihad dall’Afghanistan alla Libia, dove a febbraio è stata uccisa l’attivista Intissar al Hasaari, fino alla Nigeria terrorizzata da Boko Haram che ormai teorizza il sequestro delle ragazzine (come a Chibok) per farne schiave, mogli coatte o kamikaze.

Da “La Stampa” del 8 marzo 2015 – di Francesca Paci