Tina bella, ciao

anselmiUno dei rimpianti della storia repubblicana italiana può certamente essere considerato quello di non aver eletto Tina Anselmi Presidente della Repubblica.

La partigiana “Gabriella” è stata sindacalista, politico, prima donna Ministro,  esponente di punta della Democrazia Cristiana ammirata  dalla sinistra, anche quella più radicale.

Affrontò  la Presidenza della Commissione sulla P2 indagando a fondo quel buco nero in cui la Repubblica stava per essere inghiottita con dedizione e caparbietà.

Un lavoro immane ed anche pericoloso che, a ben pensarci, altro non era che il naturale prosieguo della sua attività antifascista.

Con lei si spegne un riferimento per tutti coloro che credono nella democrazia rappresentativa. Tina Anselmi ha dimostrato come il “lavoro” di politico possa essere svolto con onestà e capacità anche per tutta la vita, mettendosi al servizio della comunità senza alcun tornaconto personale.

Da Genova ad Ankara : viaggio nella deriva della democrazia

Diaz-g8-di-genova-sitoIl quindicesimo anniversario dei tragici eventi che fecero da contorno al G8 di Genova, per una singolare e significativa coincidenza, vanno ad innestarsi sul dibattito sulla deriva autoritaria che anche un governo democraticamente eletto, come quello turco, può decidere di percorrere.

L’irruzione all’interno della scuola Diaz e le torture presso la caserma di Bolzaneto furono una drammatica ed inammissibile sospensione dei diritti democratici : il principio della intangibilità del corpo, anche di quello degli arrestati e dei prigionieri, che distingue una democrazia da una dittatura, fu palesemente violato in nome di una repressione fanatica che alcuni settori delle forze di Polizia attuarono approfittando del clima politico che allora circondava l’evento ligure.

Il ruolo dei media fu fondamentale: l’utilizzo del telefonino come videocamera permise di evitare che tutto si chiudesse con una verità ufficiale di comodo (come avvenuto in diverse altre occasioni negli anni precedenti) e permise di inchiodare gli autori di quelle nefandezze alle proprie responsabilità politiche e morali, prima ancora che a quelle giuridiche che per la verità sono state piuttosto deludenti, non avendo ancora introdotto in Italia il reato di tortura.

turchia_arrestati_twitter_cnn-e1468925779603Analogamente oggi in Turchia, le immagine dei corpi ammassati e nudi degli arrestati a seguito del fallito e controverso golpe militare, impongono una riflessione seria sul ruolo dei sistemi democratici. Non è sufficiente che un governo si definisca democratico esclusivamente sulla base del voto che lo ha legittimato: la democrazia va esercitata ogni giorno, soprattutto nei confronti di chi la pensa diversamente ed a cui va riconosciuta la possibilità di esprimere sempre e comunque la propria opinione e a cui va garantita la possibilità di candidarsi ad alternativa di governo.

Sembra un’ovvietà ma gli arresti avvenuti proprio in Turchia, negli anni scorsi, di giornalisti scomodi e di oppositori politici, ma anche i fatti di Genova 2001 ci inducono a pensare che anche in democrazia la conquista dei diritti fondamentali non è mai un’ovvietà.

Je suis gay

new-york-pride_custom-1cc8e4e8338854f3d0cda61126fb715fa3cfe07b-s1300-c85E’ strano il popolo della rete. Il popolo che trasuda giustamente indignazione contro il politico imbroglione, contro Equitalia che se la prende col pensionato, contro il terrorista arabo che uccide innocenti , contro il pedofilo della porta accanto che viola l’innocenza dei bambini.

E’ strano il popolo della rete che solidarizza con Parigi attaccata dai terroristi, che mostra le matite a favore della satira, che piange il bambino morto cullato dalle onde del mare, che colora le bacheche di bandiere della pace, che mostra i nastrini ad ogni piè sospinto, che è sempre un je suis qualcosa.

Ma ora quel popolo dov’è?
Poche reazioni alla strage di Orlando, una strage così lontana dall’Italia, geograficamente ma soprattutto civilmente. E allora forse si capisce perché ci sono voluti decenni per avere uno straccio di legge sui diritti civili, perché si riconoscesse che la discriminazione sessuale è odiosa quanto quella razziale. (altro…)

Una giornata particolare

wp-1464380654545.jpgIeri ho avuto modo di partecipare allo sbarco di 1.017 persone al porto di Salerno. È stato il terzo sbarco in cui ho collaborato come mediatrice culturale, lo sbarco più corposo tra i tre. Ammetto che non è stato per nulla semplice gestire alcuni momenti della giornata di ieri; all’improvviso mi sono ritrovata da sola in mezzo ad una miriade di ragazzi, tutti provenienti dall’Africa Subsahariana.

Per quanto riguarda la suddivisione dei compiti, nello specifico non c’è una mansione ben definita anche se noi mediatori cerchiamo di accelerare le procedure di identificazione. Facciamo compilare dei moduli in cui il migrante deve inserire nome, cognome, data di nascita, paese di provenienza, sesso e firma. Per i minori non accompagnati e i nuclei familiari facciamo delle annotazioni a margine del modulo. (altro…)

Enzo Tortora, un uomo innocente

Tortora2“Se uno viene preso in piena notte, qualcosa avrà fatto”: le sferzanti parole scritte da Camilla Cederna alla notizia dell’arresto di Enzo Tortora sintetizzarono in maniera plastica il giudizio prevalentemente colpevolista che attraversò  l’opinione pubblica in quella estate del 1983. Immediatamente si creò  un corto circuito mediatico- giudiziario che produsse le immagini di Tortora con le manette che viene accompagnato dai Carabinieri  in mezzo ad una ressa di telecamere e fotografi  e quelle agghiaccianti scattate nel carcere ove era rinchiuso.

Fu solo l’onestà intellettuale di una grande penna, Enzo Biagi, che assieme a pochi altri cominciò ad avanzare dubbi sulla più brutta vicenda giudiziaria del nostro Paese. (altro…)

#‎UnioniCivili‬ ‪#‎ItaliaCivile‬

UnioneCivile3L’approvazione della legge sui ‪#‎diritticivili‬ conduce il nostro Paese nel novero delle Nazioni civili, ossia di quelle Nazioni che riconoscono il principio che i diritti di ciascun individuo, fino a quando non ledano quelli altrui e gli interessi generali dello Stato, vanno tutelati sempre, a prescindere anche dal personale orientamento sessuale o dalle modalità con cui si decide di sancire il proprio legame affettivo.

Tutti conosciamo il travagliato iter parlamentare della legge frutto di decenni di dibattito, spesso contraddistinto anche da una buona dose di oscurantismo ideologico.

Ancora forte è il rammarico di non aver potuto inserire nelle nuove norme, approvate definitivamente oggi, la disciplina della stepchild adoption. (altro…)

Le persone al centro: pari opportunità e welfare

VNV21_071Inclusione sociale, sviluppo e sicurezza costituiscono i principi ispiratori di questo documento programmatico.
Il nostro approccio ai temi dell’equità e dell’inclusione sociale si basa sull’immenso potere dei piccoli passi e della forza delle “rete” intesa come condivisione di conoscenza, di sapere e di opportunità tra cittadini.
D’altronde, è anche l’unico approccio possibile nelle attuali condizioni di sostanziale paralisi che le politiche di bilancio pubbliche stanno subendo, a causa della crescente scarsità di risorse. Ed è anche l’approccio delle smart cities, perché una città intelligente è quella che usa al meglio le risorse che ha, per fare i passi più lunghi che può.
Una città intelligente è una città che incentiva le politiche di conciliazione vita-lavoro (altro…)

Il mare ed il bambino

AylanIl mare ed un bambino: un binomio che fino ad ieri ci faceva pensare alle vacanze, ai giochi in acqua, alle palette ed ai castelli di sabbia da costruire e poi divertirsi a distruggere. E invece da oggi abbiamo negli occhi e nel cuore l’immagine del mare che adagia sulla battigia un bambino che sembra dormire cullato dalle onde e che invece sappiamo non si sveglierà mai più.

E siamo increduli,addolorati, sgomenti.
E ci indigniamo nei confronti dei terroristi e dei guerrafondai ed accusiamo l’Europa e il Governo per le loro inefficienze.

Ma questa rabbia che invade il web ed i mass-media dove era nascosta fino ad ieri?
Nei discorsi da treno del tipo: “io non sono razzista, ma….” ? Oppure nell’idea che gli extracomunitari ci rubano il lavoro?

E anche nella nostra piccola realtà cittadina, tutti ci siamo allarmati quando si ventilò l’ipotesi che la Caserma Tofano potesse ospitare dei profughi. Perché l’accoglienza è una gran cosa purché la si faccia non a casa nostra.

Ed allora riflettiamo tutti davanti alla fotografia di Aylan ripensando alle nostre misere ipocrisie che hanno creato i presupposti affinché il mare ed un bambino si palesassero in un’ immagine di morte.

L’uomo bianco in quella foto

o-TOMMIE-SMITH-570Prendete questa immagine, per esempio. Racconta il gesto di ribellione di Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico e mi ha ingannato un sacco di volte.

L’ho sempre guardata concentrandomi sui due uomini neri scalzi, con il capo chino e il pugno guantato di nero verso il cielo, mentre suona l’inno americano. Un gesto simbolico fortissimo, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy.

È la foto del gesto storico di due uomini di colore. Per questo non ho mai osservato troppo quell’uomo, bianco come me, immobile sul secondo gradino.

L’ho considerato una presenza casuale, una comparsa, una specie di intruso. Anzi, ho perfino creduto che quel tizio – doveva essere un inglese smorfioso – rappresentasse, nella sua glaciale immobilità, la volontà di resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocavano con il loro grido silenzioso. Invece sono stato ingannato. Grazie a un vecchio articolo di Gianni Mura, oggi ho scoperto la verità: l’uomo bianco nella foto è, forse, l’eroe più grande emerso da quella notte del 1968.

Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo.

CRnorman1La vittoria si sarebbe decisa tra loro due, Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. John Carlos, anni dopo, disse di essersi chiesto da dove fosse uscito quel piccoletto bianco. Un uomo di un metro settantotto che correva veloce come lui e Smith, che superavano entrambi il metro e novanta.

Arrivò la finale e l’outsider Peter Norman fece la gara della vita, migliorandosi ancora. Chiuse in 20.06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano ancora oggi imbattuto, a 47 anni di distanza.

Ma quel record non bastò, perché Tommie Smith era davvero “The jet” e rispose con il record del mondo. Abbatté il muro dei venti secondi, primo uomo della storia, chiudendo in 19.82 e prendendosi l’oro. John Carlos arrivò terzo di un soffio, dietro la sorpresa Norman, unico bianco in mezzo ai fuoriclasse di colore. Fu una gara bellissima, insomma.

Eppure quella gara non sarà mai ricordata quanto la sua premiazione. Non passò molto dalla fine della corsa perché si capisse che sarebbe successo qualcosa di forte, di inaudito, al momento di salire sul podio. Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti.

Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane. Anche in Australia c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e leggi discriminatorie verso gli aborigeni, tra cui le tremende adozioni forzate di bambini nativi a vantaggio di famiglie di bianchi.

I due americani chiesero a Norman se lui credesse nei diritti umani. Norman rispose di sì. Gli chiesero se credeva in Dio e lui, che aveva un passato nell’esercito della salvezza, rispose ancora sì. “Sapevamo che andavamo a fare qualcosa ben al di là di qualsiasi competizione sportiva e lui disse “sarò con voi” – ricorda John Carlos – Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore”.

Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.

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Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, a rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo delle lotte delle Pantere Nere.

Ma prima di andare sul podio si resero conto di avere un solo paio di guanti neri. “Prendetene uno a testa” suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio. Ma poi Norman fece qualcos’altro.

“Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?“ chiese indicando lo stemma del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. “Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”.

Smith ammise di essere rimasto stupito e aver pensato: “Ma che vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”.

Così gli rispose di no, anche perché non si sarebbe privato del suo stemma. Ma con loro c’era un canottiere americano bianco, Paul Hoffman, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Aveva ascoltato tutto e pensò che “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!”. Hoffman non esitò: “Gli diedi l’unico che avevo: il mio”.

I tre uscirono sul campo e salirono sul podio:  il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto.  “Non ho visto cosa succedeva dietro di me – raccontò Norman – Ma ho capito che stava andando come avevano programmato quando una voce nella folla iniziò a cantare l’inno Americano, ma poi smise. Lo stadio divenne silenzioso”.

Il capo delegazione americano giurò che i suoi atleti avrebbero pagato per tutta la vita quel gesto che non c’entrava nulla con lo sport. Immediatamente Smith e Carlos furono esclusi dal team americano e cacciati dal villaggio olimpico, mentre il canottiere Hoffman veniva accusato pure lui di cospirazione.

Tornati a casa i due velocisti ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte. Ma il tempo, alla fine, ha dato loro ragione e sono diventati paladini della lotta per i diritti umani. Sono stati riabilitati, collaborando con il team americano di atletica e per loro è stata eretta una statua all’Università di San José.

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In questa statua non c’è Peter Norman. Quel posto vuoto sembra l’epitaffio di un eroe di cui nessuno si è mai accorto. Un atleta dimenticato, anzi, cancellato, prima di tutto dal suo paese, l’Australia.

Quattro anni dopo Messico 1968, in occasione delle Olimpiadi di Monaco, Norman non fu convocato nella squadra di velocisti australiani,  pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100.

Per questa delusione, lasciò l’atletica agonistica, continuando a correre a livello amatoriale.

In patria, nell’Australia bianca che voleva resistere al cambiamento, fu trattato come un reietto, la famiglia screditata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo.

Come disse John Carlos “Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo”. Per anni Norman ebbe una sola possibilità di salvarsi: fu invitato a condannare il gesto dei suoi colleghi Tommie Smith e John Carlos, in cambio di un perdono da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di trovare un lavoro fisso tramite il comitato olimpico australiano ed essere parte dell’organizzazione delle Olimpiadi di Sidney 2000.

Ma lui non mollò e non condannò mai la scelta dei due americani. Era il più grande sprinter australiano mai vissuto e detentore del record sui 200, eppure non ebbe neppure un invito alle Olimpiadi di Sidney. Fu il comitato olimpico americano, una volta scoperta la notizia a chiedergli di aggregarsi al proprio gruppo e a invitarlo alla festa di compleanno del campione Michael Johnson per cui Peter Norman era un modello e un eroe.

tommie-smith-john-carlosNorman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato. Al funerale Tommie Smith e John Carlos,  amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe.

 “Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare” disse John Carlos.

article-1337174358062-013afec700001005-897058_466x310“Ha pagato il prezzo della sua scelta – spiegò Tommie Smith – Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa”.

Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia con queste parole:

“Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano.

Riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare il simbolo  del Progetto Olimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, che fecero il saluto del “potere nero”.

Si scusa tardivamente con Peter Norman per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che Peter Norman giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale”.

TommieSmith-JohnCarlos-PeterNormanMa, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt.

“Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco.

Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo. È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance. Invece è il contrario. Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

di Riccardo Gazzaniga