Una giornata particolare

wp-1464380654545.jpgIeri ho avuto modo di partecipare allo sbarco di 1.017 persone al porto di Salerno. È stato il terzo sbarco in cui ho collaborato come mediatrice culturale, lo sbarco più corposo tra i tre. Ammetto che non è stato per nulla semplice gestire alcuni momenti della giornata di ieri; all’improvviso mi sono ritrovata da sola in mezzo ad una miriade di ragazzi, tutti provenienti dall’Africa Subsahariana.

Per quanto riguarda la suddivisione dei compiti, nello specifico non c’è una mansione ben definita anche se noi mediatori cerchiamo di accelerare le procedure di identificazione. Facciamo compilare dei moduli in cui il migrante deve inserire nome, cognome, data di nascita, paese di provenienza, sesso e firma. Per i minori non accompagnati e i nuclei familiari facciamo delle annotazioni a margine del modulo.

Una parte dei migranti di ieri aveva assistito alla disgrazia del naufragio libico di pochi giorni fa, episodio in cui 7 persone sono morte ed altre sono probabilmente disperse. La stanchezza del viaggio, la sofferenza per una tale esperienza, la consapevolezza di non rivedere mai più la propria terra erano visibili negli occhi di tutti. Il terrore, in particolare, l’ho visto negli occhietti di due bimbi di 9 e 12 anni, giunti in Italia da soli,  ragazzi che a stento riuscivano a parlare. Mi sono sentita estremamente fortunata e piccola, infinitamente piccola, di fronte al loro coraggio, alla decisione di intraprendere un viaggio senza esito sicuro.

Altri bambini, come la piccola Malika, sono stati un po’ più fortunati perché sono arrivati con le madri…
Devo dire che ogni sbarco é diverso dall’altro, ma ogni volta è un turbinio di emozioni. Ti stressi, ti arrabbi per la disorganizzazione, non hai le penne per far compilare i moduli, alcuni posti sono piccoli per ospitare tante persone insieme.

Nonostante tutto, però, sai che è necessario essere lì, è tuo dovere accogliere lì dove gli altri sbattono le porte in faccia e alzano muri. Io, mediatrice culturale, sono lì per tendere una mano. Non mi interessa il colore della pelle, la religione, lo stato di provenienza.

So solo che scappano da situazioni disastrose, di cui l’Occidente é spesso politicamente responsabile. Tra i tanti pericoli da affrontare c’è, senza ombra di dubbio, anche il terrorismo e l’estremismo di cui molti popoli sono vittime.
Io sono lì per far capire a coloro che  dicono “aiutiamoli a casa loro” che quel posto che loro chiamavano “casa” ora è solo un cumulo di macerie, nulla di più.

Karima Sahbani