Trivelle e politiche ambientali

12961506_1154097124624881_5892805878697770670_nL’associazione #CambiaMenti si è pubblicamente schierata per il Sì. La scelta dell’Associazione ha delle sue motivazioni ben precise, e colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente l’Ing. Raffaele Citarella che ha sviscerato tutti gli aspetti tecnici della questione e mi ha anche aiutato a comprendere meglio il quesito referendario. Perché indubbiamente è un referendum che presenta un alto grado di tecnicità che lo rende apparentemente difficile da capire.

Il nostro invito convinto ad andare a votare ed a votare Sì trova la sue radici, al di là delle questioni puramente tecniche, in considerazioni anche politiche, ed in particolare di politica energetica.

4trivelleSi sente dire, al fine di cercare di sterilizzarne la portata, che l’eventuale vittoria del Sì non cambierebbe quasi nulla, che le compagnie potranno continuare ad estrarre gas e petrolio dal mare spostandosi un po’ più in là, e che le famose 21 concessioni in essere continueranno a durare ancora per qualche decennio.  Forse è anche vero, ma si sottovaluta il segnale politico che darebbe il raggiungimento del quorum e la vittoria del Sì. Io penso ogni Governo, anche il più amico, ha sempre necessità di tenere l’orecchio per terra, come facevano i Pellerossa, e di cogliere i segnali che arrivano dall’opinione pubblica. Ecco, superare il quorum significherebbe dire non solo al Governo, ma piuttosto alla politica tutta, che noi siamo per una politica energetica alternativa, che vogliamo reimpostare il rapporto con l’Ambiente e che lo deve reimpostare ovviamente anche il Governo. Superare il quorum e dire Sì significa che noi vogliamo che siano sempre più sviluppate forme alternative di politica energetica, che vogliamo tutelare il mare ed il territorio, ma soprattutto che abbiamo ben presente che l’Ambiente ci viene dato in prestito e lo dobbiamo lasciare alle generazioni future in condizioni migliori di quelle in cui lo abbiamo ereditato.  La salute e l’ambiente non possono essere considerati elementi da poter sacrificare in ragione dell’economia.

Ma dire Sì, e questo riguarda più strettamente il quesito a cui siamo chiamati a rispondere domenica prossima, significa anche dire che le Concessioni non possono essere eterne ma che è lo Stato che le gestisce, che le autorizza, che le proroga se lo ritiene opportuno. Senza contare che ora, per circa il 70 per cento delle concessioni produttive, non vengono pagate royalties allo Stato: si sfrutta il mare insomma e neppure si paga. Votare Sì Significa ribadire un concetto che, anche nelle democrazie di più o meno marcato stampo liberistico, è basilare: ci sono campi, e la politica energetica è sicuramente uno di questi, in cui deve essere lo Stato a determinare gli indirizzi e le prospettive; ci sono ambiti in cui l’Autorità dello Stato, Autorità e non Autoritarismo, è ancora un valore fondante delle regole della nostra convivenza come comunità nazionale.

Partecipare al referendum e votare Sì significa insomma dire alla politica: rimettete al centro del dibattito l’Ambiente ed il suo sfruttamento sostenibile. Significa anche, e questo riguarda anche un altro spauracchio che ho sentito agitare in questi giorni, quello della perdita dei posti di lavoro, creare occupazione sviluppando il campo delle energie rinnovabili come fatto d’altronde in altri paesi europei tipo la Germania. Occorre ricordare che il quesito referendario riguarda la copertura di circa 3% di gas e circa l’1% di petrolio degli attuali consumi nazionali: nulla di talmente significativo da poter compromettere nè la stabilità energetica del Paese nè i livelli occupazionali.

Ma votare Sì significa soprattutto per noi cittadini attivi e consapevoli,  riflettere, per esempio, sulla necessità ancora di dipendere dal petrolio: ed allora magari possiamo ripensare anche , nel nostro piccolo, nella realtà territoriale più prossima a noi  e di cui si occupa la nostra Associazione #CambiaMenti, a una riorganizzazione della mobilità cittadina, dove per cittadina mi riferisco sia a Nocera Inferiore che a Nocera Superiore essendo notoriamente la nostra Associazione assolutamente favorevole al progetto di fusione delle due città in un unico nuovo Comune, sviluppando il servizio di trasporto urbano magari elettrico, favorendo forme alternative di circolazione come il bike sharing, aree di sosta premianti e non più a pagamento per incentivare la sosta fuori dal centro e insomma tutte quelle soluzioni che ci permettano di lasciare più spesso le automobili nei garage decongestionando così le nostre strade e purificando l’aria che respiriamo.

Auspichiamo che il referendum possa essere il punto di partenza, indipendentemente dal suo esito, per sviluppare il dibattito attorno alle fonti energetiche rinnovabili, approfondendo  quali siano le fonti energetiche effettivamente rinnovabili e quali no, con particolare attenzione alle modalità di gestione delle fonti rinnovabili in maniera tale che siano gestioni davvero democratiche e partecipate , coinvolgendo nella discussione  ovviamente  i cittadini , le associazioni oltre agli amministratori ed alle istituzioni. Anche noi di #CambiaMenti ci impegniamo a proseguire il dibattito sul tema dopo il 17 aprile, confrontandoci con le altre associazioni del territorio come avvenuto ad esempio in modo molto proficuo proprio qui a Nocera,  sul tema della gestione dei rifiuti solidi urbani. Anche perché diventa paradossale l’orgoglio di cui ci siamo vantati per la tecnologia rinnovabile italiana esportata in Nevada (USA) da Enel e nello stesso momento ci si professa pienamente a favore della estrazione di petrolio e gas in Italia.

La partecipazione al referendum e la vittoria del Sì quindi vanno al di là del quesito tecnico sulle perforazioni o sui trivellamenti che dir si voglia a 10,12,15 miglia dalle coste.  È in gioco la contrapposizione tra Doxa e Tecnè come dicevano i Greci, tra opinione e tecnica. Col referendum siamo chiamati ad esprimere un’opinione su un argomento tecnico e la nostra opinione riguarda tutto quello che ho detto prima, abbraccia il tema ambientale al di là degli effetti più propriamente tecnici che la vittoria del Sì produrrebbe.

Significato politico quindi del referendum, ma non in senso antigovernativo come qualcuno ha voluto far intendere, ma perché con lo strumento referendario siamo chiamati tutti a fare una scelta politica. E’ un’occasione quindi che dobbiamo sfruttare. E qui, mi sia consentito, non posso non affrontare quello che sembra essere diventato il tema centrale della campagna elettorale: astensione sì astensione no.  A me l’invito ad astenersi, seppur ovviamente perfettamente legittimo, sembra una grande furbata. E’ una furbata perché si vuole sfruttare l’astensionismo fisiologico che c’è ad ogni elezione, soprattutto a quelle diverse dalle politiche od amministrative che pure già ha raggiunto livelli preoccupanti, per far fallire il referendum sottraendosi al dibattito. Poi a questo astensionismo si è data una spinta con l’altra furbata di fissare il referendum in una domenica diversa da quella in cui si svolgeranno le elezioni amministrative nelle principali città italiane. Paradossalmente poi dell’astensionismo ci si lamenta quando ci sono le elezioni politiche mentre qui viene incoraggiato magari facendo leva su argomentazioni giuridiche da azzeccagarbugli sul perché i Costituenti vollero introdurre il quorum nella formulazione dell’art.75 della Costituzione. Anche uno studente iscritto al primo anno di Giurisprudenza sa che su ogni argomento di diritto si possono trovare opinioni contrapposte e tutte apparentemente valide. E sento inoltre inneggiare all’astensione, politici e opinion-maker che dieci anni fa gridarono giustamente allo scandalo quando il cardinale Ruini invitò a non andare a votare al referendum sulla procreazione assistita. Ma tant’è…sic transit gloria mundi!

In tutta franchezza l’invito ad astenersi mi sembra un boomerang politico: meglio sarebbe stato lasciare libertà di coscienza come faceva ad esempio la Democrazia Cristiana nella prima Repubblica quando annusava che le cose non andavano nella direzione voluta o quando c’erano diversità di vedute sostanziali al proprio interno.  Così fece la DC nel referendum del 1991 sull’abolizione delle preferenze multiple nella elezione della Camera dei Deputati.  Io trovo molte analogie con l’atmosfera che circondò quella consultazione: la Dc non prese una posizione ufficiale anche perché quel referendum nasceva dal suo interno, promosso da un esponente ancora non di primo piano di quel partito , Mario Segni; così anche oggi forse sarebbe stato più saggio per il segretario nazionale del Partito Democratico avere maggiore prudenza visto che il referendum è stato promosso da regioni a guida politica del suo stesso partito. Anche allora si diceva che il referendum sarebbe stato inutile, che sarebbe cambiato ben poco in quanto non andava ad intaccare l’impianto proporzionalistico puro della legge elettorale vigente all’epoca, che era un referendum troppo tecnico. Anche allora del referendum si parlò pochissimo ed anche allora ci fu chi invitò ad andare al mare. La cosa portò malissimo a chi invitava a disertare le urne: il quorum si raggiunse in maniera inaspettata attraverso il passaparola (internet era agli albori, non esistevano i social e la comunicazione era veicolata principalmente attraverso la televisione), e chi aveva fatto quell’invito fu travolto dalla crisi della partitocrazia contro cui quell’insignificante referendum assestò la prima spallata. Bettino Craxi, che sia avviava nella sua parabola discendente, non ebbe in quell’occasione il coraggio dimostrato qualche anno prima, nel giugno del 1985, quando da Presidente del Consiglio subordinò la sua permanenza a Palazzo Chigi alla vittoria del NO al referendum sulla scala mobile. In quel frangente Craxi, politico che io non ho mai amato, non si nascose dietro l’astensionismo ma affrontò la battaglia referendaria nel merito, avendo alla fine anche ragione.

Certo sono trascorsi 30 anni da allora, siamo in una società totalmente diversa. Rispetto agli anni Ottanta, anni di riflusso, di egoismo sociale e di edonismo reaganiano, è fortemente aumentata la necessità che  i cittadini partecipino più attivamente alle scelte decisive anche attraverso lo strumento del referendum, seppure coi suoi limiti tecnici dovuti alla natura abrogativa dello stesso. Convinti come siamo che la partecipazione attiva dei cittadini è una risorsa ormai insostituibile della politica, l’Associazione #Cambiamenti invita tutti a recarsi alle urne domenica 17 aprile ed a votare un convinto Sì.