Una vittoria che resterà nella storia

Ibikila abebel 10 settembre del 1960, a Roma, durante le Olimpiadi, un poliziotto etiope di nome Abebe Bikila fa la storia. Corre la maratona in 2.15’16” vincendo la medaglia d’oro. La cosa che sconvolge il mondo è che bikila lo fa correndo a piedi nudi. Questo è quello che dichiarerà dopo la gara: “Volevo che il mondo sapesse che il mio paese, l’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo” (“I wanted the world to know that my country Ethiopia has always won with determination and heroism“). Un uomo che corre a piedi nudi, l’ultimo fra gli ultimi, e lo fa per il suo popolo. Questa è stata l’impresa epica di un grandissimo uomo.

Una vittoria che resterà nella storia. E che alla storia è legata, avvenendo proprio nell’anno centrale della decolonizzazione dell’Africa, nonchè a 25 anni dalla guerra coloniale mossa dal regime fascista contro quell’Etiopia per cui Abebe Bikila corre e vince.

La Gara
Un uomo magro e scalzo corre verso l’Arco di Costantino, traguardo della Maratona. È l’etiope Abebe Bikila, il primo atleta africano a vincere una medaglia d’oro olimpica. I 42 massacranti chilometri della Maratona sono il simbolo dei giochi olimpici. Alla gara, che in quest’edizione ha comme sfondo i secolari monumenti di Roma, partecipano 69 atleti provenienti da 35 paesi diversi. Il favorito è il sovietico Sergej Popov, che agli Europei di atletica del 1958 ha stabilito il tempo record di 2 h, 15’ e 17’’. Tra i partecipanti c’è uno sconosciuto etiope che indossa il pettorale numero 11, Abebe Bikila. Bikila ha 28 anni, ma solo da 4 gareggia nelle competizioni di atletica. Quella di Roma è la terza Maratona di tutta la sua carriera.
Alla partenza della gara si presenta a piedi nudi: le scarpe consegnategli per la corsa gli creano dei problemi e l’etiope decide di correre scalzo.

La gara ha inizio alle 17.30 da Piazza del Campidoglio. Dopo una decina di chilometri il gruppo dei corridori si allunga per il ritmo imposto da quattro battistrada: il belga Van den Driessche, il britannico Arthur Keily, il marocchino Rhadi Ben Abdesselem e Bikila. Poco prima della metà della corsa, Bikila e Rhadi staccano gli avversari e cominciano un duello che si protrae per il resto della gara. Al km 25, i due sono saldamente in testa, seguiti dal sovietico Popov e dal neozelandese Magee, distanziati di 1’24”.
Il marocchino prova più volte a liberarsi del rivale etiope. Ma Bikila non cede e gli risponde correndo su quei piedi scalzi che volano leggeri sulla Via Appia antica. Dal km 30 è Bikila a fare l’andatura. Il sole volge al tramonto e il ritardo degli inseguitori sale fino a 2’ e 20’’. A pochi chilometri dall’arrivo, Rhadi tenta un allungo. Bikila però lo stacca e si invola verso l’Arco di Costantino.

Ormai è irraggiungibile. Arriva al traguardo fermando il cronometro a 2h 15’16” e 2 decimi, 8 decimi di secondo sotto il primato di Popov. Dopo la vittoria i giornalisti interrogano Bikila sulla sua scelta di correre a piedi nudi. Lui risponde: “Ho voluto che il mondo sapesse che la gente del mio paese, l’Etiopia, ha vinto sempre con determinazione ed eroismo”. La vittoria di un corridore a piedi nudi proveniente da un povero paese africano si imprime nell’immaginario collettivo. L’oro scalzo di Bikila diventa il simbolo della volontà incrollabile in grado di superare ogni ostacolo. (Credits – OVO)