Abusi, violenze, ingiustizie. Dove la donna non festeggia

Dall’India all’Egitto, dalla Turchia all’Arabia Saudita: dossier sui Paesi in cui la parità è ancora un miraggio.

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Una donna afghana si affaccia dal finestrino del minibus che la porterà alla manifestazione dell’8 marzo a Kabul

La festa sì. E le mimose, i concerti, gli hashtag che promettono un mondo migliore. Ma non è un mondo per donne. Non questo in cui viviamo, dove all’affermazione professionale femminile corrisponde per contrappasso un’impennata della violenza sessuale (e della violenza in generale). Gli abusi quotidiani in Egitto e Turchia, gli stupri di gruppo in India, le discriminazioni di segno islamico in Iran e Arabia Saudita distillate con sommo sadismo nel Califfato, l’esodo di 4 milioni di siriane che sostengono da sole le famiglie devastate, gli aborti selettivi in Cina (e India) dove le autorità hanno appena arrestato le attiviste Li Tingting e Zheng Churan, note per le campagne contro le molestie sui bus di Pechino: le donne avanzano anche grazie a grandi uomini come i padri di quelle che avanzano. Ma il terreno è minato.

Le figlie di Madre India
Pensi alla violenza sessuale e pensi all’India, perché gli stupri di gruppo che lì si susseguono da 2 anni con la foga dei monsoni sono diventati l’icona d’un tabù resistente al punto da indurre Delhi a vietare il documentario «India’s Daughter» sulla ragazza morta per le sevizie sessuali del branco nel dicembre 2012.
«Le aggressioni in crescita ai danni delle indiane sono legate all’indipendenza economica che ci rende temibili avversari dei maschi sul mercato del lavoro, è una vergogna che umilia anche tanti uomini come mio figlio, mio marito, mio padre» nota l’attrice Suhasini Mani Ratnam, giurata del premio di Italcementi «arcVision Prize». I dati che giungono dalla più grande democrazia del mondo parlano di una donna abusata sessualmente ogni 21 minuti e di un’omertà sociale che, come nell’Italia di Franca Viola, accusa tacitamente la vittima.

Egitto: nel buio di Tahrir
«Per paradosso la mia tragedia è stata un bene, perché io, diversamente dalla maggioranza delle vittime di violenza sessuale, ho un marito che mi sostiene e gli strumenti culturali per denunciare» racconta la 40enne Hania Moheeb. Dopo l’aggressione di gruppo subita in piazza Tahrir il 25 gennaio di due anni fa, secondo anniversario della rivoluzione contro Mubarak quando una decina di ragazze vennero attaccate, Hania, che ha raccontato la sua esperienza in tv, è la testimonial della vergogna del Cairo, capitale mondiale delle molestie sessuali, dove il 96,5% delle donne ammette (ma non denuncia) di essere stata abusata in qualche modo almeno una volta. La legge contro la violenza sessuale è stata inasprita ma a far muro sono soprattutto le donne, aggredite come in passato ma oggi più consapevoli (al Cairo esiste una sorta di ronda femminile, le TahrirBodyGuard).

Turchia: indietro tutta
La storia della 20enne Ozgecan Aslan, uccisa a calci e bruciata dopo uno stupro fallito il 13 febbraio scorso, ha riacceso i riflettori sulla violenza contro le donne che, secondo l’opposizione, sarebbe aumentata del 400% da quando è al potere il partito islamico Akp. Il governo non ha gradito: prima il presidente Erdogan ha irriso le centinaia di uomini che hanno sfilato in sostegno delle donne indossando la gonna, poi il suo deputato Ismet Ucma ha accusato le soap opera di minare la famiglia incoraggiando gli stupri. Il problema alligna nel conservatorismo della società turca dove è diffuso il delitto d’onore e dove al 69% degli uomini lavorativamente attivi corrisponde il 29% delle donne.

Donne di Teheran e di Riad
Nemici giurati, Iran e Arabia Saudita condividono il fronte bellico contro le donne che, a Teheran come a Riad, rappresentano per la quintessenza della teocrazia la più minacciosa delle istanze riformiste.
L’8 marzo di «Nessuno tocchi Caino» è dedicato quest’anno alle iraniane. Secondo l’associazione abolizionista della pena di morte, dopo l’elezione del riformista Rohani le esecuzioni sono triplicate: almeno 721 nel 2014, tra cui 26 donne (compresa Reyhaneh Jabbari, impiccata per aver ucciso l’uomo che voleva stuprarla). Con le condanne a morte sono aumentate però anche le aggressioni contro le donne come quelle con l’acido a Isfahan e il controllo sociale (dopo la campagna internazionale per la liberazione di Ghoncheh Ghavami, in carcere per mesi dopo aver tentato di assistere a una partita di pallavolo maschile, pare che la federazione voglia consentire alle straniere di andare allo stadio).
Con buona pace dei presunti propositi progressisti del defunto re, l’Arabia Saudita resta la galera delle donne che l’ultimo Global Gender Gap Report mette al 127° posto (su 136) per parità di generi. Oltre ad avere un tutore maschio, le donne di Riad vantano una lunga lista di divieti tra cui quello di guidare contro il quale le suffragette locali si battono dal 2011 entrando e uscendo dal carcere.

Femminicidio made in Isis
Il senso del Califfato per le donne spazia dalla segregazione imposta con la sharia a Raqqa agli stupri delle yazide. Sebbene i macellai di Al Baghdadi non siano i soli responsabili dei 250 milioni di spose minori di 15 anni denunciati dall’Unicef, lo Stato Islamico dà il suo contributo all’infanzia violata (femminile e non solo). Il modello macho di Isis affonda le radici in un mondo ancestrale e violentemente paternalista che si diffonde assai più pervasivo del jihad dall’Afghanistan alla Libia, dove a febbraio è stata uccisa l’attivista Intissar al Hasaari, fino alla Nigeria terrorizzata da Boko Haram che ormai teorizza il sequestro delle ragazzine (come a Chibok) per farne schiave, mogli coatte o kamikaze.

Da “La Stampa” del 8 marzo 2015 – di Francesca Paci